10 ANNI SENZA NINO MANFREDI

 

Oggi sono passati dieci anni dalla scomparsa di Nino Manfredi: il grande attore e regista se ne andò a 83 anni il 4 giugno 2004.

La sua scomparsa chiuse per sempre il capitolo dei Colonnelli della Commedia all’italiana: fu uno degli ultimi ad affermarsi presso il grande pubblico, e fu l’ultimo ad andarsene. Prima Tognazzi, poi Mastroianni, seguito da Gassman e poi da Sordi, e infine lui, il grande attore che oggi viene ricordato attraverso una mostra itinerante organizzata dalla stessa famiglia Manfredi, a capo la vedova Erminia e la figlia Roberta. Ma meriterebbe molto di più, in questa Italia senza memoria che ha un bisogno enorme di riferimenti culturali, perché Manfredi, con tutta la compagnia – e che compagnia! – di colleghi, ha imposto il nostro cinema nel mondo. Era conosciuto anche internazionalmente, tanto da essere ammirato da Billy Wilder che lo voleva per “Avanti!” (1972), assieme a Jack Lemmon, ma che lui aveva cortesemente rifiutato perché non si sentiva di avere un inglese decente, e che un capolavoro come “Pane e cioccolata”, film del ’74 restaurato dalla Cineteca da Bologna, andò fortissimo in America dove fu persino doppiato. Nino è stato più di un attore, era un autore completo, firmò poche ma straordinarie regie, memorabili nello stile (come l’episodio muto de “L’amore difficile”, 1962, intitolato “L’avventura di un soldato”) e nei risultati. Era la voce polemica del poveraccio che ha una sua dignità e vuole a tutti costi che gli venga riconosciuta, lui, di origini contadine e umili inizi, sapeva interpretare personaggi di “modesta estrazione” con estrema naturalezza e con qualche barlume di consapevolezza e di rivolta personale – ricordate? “Ce semo stufati di esse bboni e generosi!”, diceva in “C’eravamo tanto amati” (1974), parlando a nome di mezza Italia -; oppure quando era Pasquino ne “L’anno del Signore”, capolavoro di Gigi Magni del ’69, era il personaggio che subiva umiliazioni e corna alla luce del sole ma poi, calata la notte, era il vero rivoluzionario senza bisogno di pistole e cannoni ma solo con la forza delle parole. Personaggi amari, spesso davvero esilaranti quanto di grande umanità, toccando vette eccelse di attore drammatico di serie A. Era un leggendario rompiscatole, certosino e perfezionista tanto da mandar matti i registi – famoso il caso di Lattuada che lasciò il set di “Nudo di donna” (1981) – ma lui ci ha insegnato cosa vuol dire essere perfetti.

Manfredi come ho detto ha avuto umili origini, nato a Castro dei Volsci (Frosinone) nel 1921, ha conseguito la laurea in giurisprudenza giusto per far contenti i genitori, quando in realtà nelle sue vene scorreva l’arte del teatro. Quello serio, da Accademia d’Arte Drammatica di Silvio D’amico, dove studia durante la guerra e grazie al quale si forma sotto la direzione del suo maestro Orazio Costa per una gavetta lunghissima, fra Giorgio Strehler e Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli, il teatro serissimo di prosa fino al 1951, quando debutta nell’avanspettacolo assieme a Paolo Ferrari e Gianni Bonagura, prima alla radio e poi a teatro con le Sorelle Nava fino alla coppia “Billi e Riva” assieme a Wanda Osiris. La celebrità arrivò prima in televisione nella storica edizione di “Canzonissima” del 1959: molti ricordano ancora il suo barista di Ceccano e il suo “fusse che fusse la vorta bbona” che diede, per quanto fosse comico, i primi brividi ai dirigenti RAI con le sue polemiche tutto sommato ingenue. Le prime parti al cinema non gli diedero la giusta fortuna, anche perché lo mettevano assieme ad altri grandi nomi, come accadde in “Venezia la Luna e tu” (1958), assieme ad Alberto Sordi, che per un pelo non sbranò il critico Gian Luigi Rondi perché scrisse elogi per Manfredi e il suo “dialetto veneto”. La prime vere grandi occasioni risalgono al 1959 con “Audace colpo dei soliti ignoti” e poi con “L’impiegato”, per poi diventare attore fisso in molti film a episodi come se ne girarono a dozzine negli anni Sessanta. Alla fine di quel decennio, Manfredi si impose con una serie di film memorabili, come “Operazione San Gennaro” (1966), “Straziami ma di baci saziami” (1968), un ex miracolato nel suo “Per grazia ricevuta” (1971), il mitico mastro Geppetto nelle “Avventure di Pinocchio” (1972), i citati “Pane e cioccolata” e “C’eravamo tanto amati”, il terribile capofamiglia dei baraccati in “Brutti sporchi e cattivi” (1976), “In nome del Papa re”, ruolo magistrale che Gigi Magni gli ha regalato nel ’77, “Il giocattolo”, un grande ruolo drammatico, ma anche e sopratutto “Café Express”, il venditore abusivo di caffè Abbagnano Michele, risultando più napoletano lui che tutta la compagnia di attori partenopei chiamati da Nanni Loy.
A giudizio di qualcuno, fece anche troppa pubblicità (molti Caroselli e i famosi spot della Lavazza), e molta televisione – chi si ricorda il suo “Commissario a Roma” andato in onda nel 1993? sicuro ricorderete “Linda e il brigadiere” – ma almeno ci ha lasciato, al contrario di alcuni Colonnelli e i loro mesti addii, con un grande ruolo in un film poco visto e da recuperare almeno per gustarsi il suo barbone smemorato e che forse potrebbe essere il poeta Federico García Lorca: “La fine di un mistero”, girato nel 2003, poco prima della emorragia cerebrale che lo costringerà ad un ricovero lunghissimo e senza grandi speranze di miglioramenti. E’ significativo che il suo ultimo ruolo fosse quasi muto. Manfredi diceva spesso che “Conta prima la mimica, poi la parola: questo non lo insegna più nessuno”, e non a caso solo lui era in grado di far ridere con l’espressione di chi ci ripensa, solo con gli occhi. Vedetelo quando corre, con la schiena abbassata, è una mimica precisa, e se hai un buon gioco di “gambe” si vede che tipo di attore comico sei, diceva Jacques Tati.

Il 4 giugno 2004, Rugantino, Geppetto, il barista di Ceccano, Antonio il portantino comunista salirono sui grandi Convogli della risata verso il Paradiso dei Comici. E lo immaginiamo trionfante ordinare al re della Mezza Porzione, “Un’altra mezza porzione, abbondante mi raccomando!”, al che il Re potrebbe ribattere, “Mai una sana scarsa eh?!”

Nino, un Gigante fra i Giganti.

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