90 MAGNIFICI JERRY!

 

Oggi è un giorno unico nella storia del cinema: possiamo festeggiare una leggenda che è ancora fra di noi. Jerry Lewis compie oggi 90 anni.

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E’ un compleanno tutto particolare, dedicato ad uno degli artisti americani più famosi di sempre e che è, più o meno, ancora attivo almeno sul palco per raccontare la sua straordinaria vita. Lewis è stato indubbiamente uno dei comici più grandi di sempre e parte della sua carriera l’ha raccontata nel libro Dean & Me: una storia d’amore, incentrato soprattutto nel rapporto di coppia con il cantante italo americano Dean Martin: uniti, uscirono dall’anonimato, divisi presero il volo per conto proprio diventando ancor più famosi di quanto lo erano diventati in team.

Nato il 26 marzo 1926 come Joseph Levitch a Newark, New Jersey, il giovane Jerry è figlio d’arte – i genitori erano artisti completi, sia attori che cantanti e dancer – e come molti altri futuri comici con la stessa situazione familiare un po’ nomade, non riuscì a terminare gli studi e prestissimo cominciò a lavorare nei mestieri più disparati. Potete immaginarlo con i vostri occhi, il Jerry ragazzino, alto e con i capelli a “banana” e abile con le smorfie, fare il fattorino, il commesso, la maschera in un cinema, e allo stesso tempo intrattenere i clienti con qualche battuta o caduta. A scuola fa le imitazioni degli insegnanti, sul posto di lavoro si fa notare per le sue smorfie esagerate: il suo primo “numero” era cantare in playback alcuni hit dell’epoca, ma più che imitare era un vero scimmiottamento. A 20 anni, nel 1946, non sapeva se continuare facendo la scimmia sui dischi o abbandonare lo show business: è qui che il destino ha regalato a Jerry l’incontro che gli cambierà la vita. Ad Atlanta City si ritrova nel cartellone con Dino Crocetti, in arte Dean Martin, incredibilmente affascinante e con una voce da far invidia a Bing Crosby: nella disperata ricerca di un numero nuovo da fare, Jerry decide di incastrare Dino nello stesso sketch con una formula molto semplice ma efficace. Dean entra e canta, poi arriva Jerry che disturba e manda all’aria tutto. Nella storia delle coppie comiche, Dean e Jerry spontaneamente cambiarono la tecnica del comico e della spalla, per la prima volta si rivolgevano a se stessi invece che al pubblico ed entrambi erano sfacciatamente divertenti. Il talento e la forza d’entusiasmo crebbero, e il pubblico accolse nell’immediato la “nuova” coppia che, nel giro di qualche anno arrivò a Hollywood con sigari enormi in bocca e promesse da marinaio dei produttori: ex maschera nel circuito della Paramount, Jerry entrò stavolta nella porta principale degli Studi con la premessa di sbancare i botteghini. Inizialmente la coppia non trovò ruoli da protagonista, finché lo stesso Jerry prese la situazione per il collo e disse al produttore Hal Wallis – un uomo che di comicità ne sapeva quando Jerry di fisica quantistica – che era meglio portare la formula che avevano visto nei cabaret su pellicola, la Scimmia e il Crooner, lo sbadato combinaguai e il belloccio che deve sopportarlo. Se la formula portò fortuna – Martin & Lewis sono stati una coppia regina al box office nei 10 anni di attività che ne seguirono, senza contare la radio, la televisione e le apparizioni in teatro – crepò piuttosto velocemente la solidità e serenità dei due amici: le ambizioni e alcune tensioni dovute ai scarsi ruoli che venivano affidati a Martin cominciarono seriamente a pensare ad una rottura. Ma oltre che colleghi, i due erano anche molto amici: cambiare carriera significava anche separarsi e col senno di poi Jerry dovette riconoscere che la situazione non venne affrontata nel verso giusto. Troppi soldi, troppi critici che applaudivano solo Jerry, per cercare una soluzione.

Le due galline dalle uova d’oro si separarono gelidamente nel 1956, non prima di fare una serie di spettacoli obbligati per contratto proprio quando i due neanche si parlavano più. A 30 anni, Jerry poteva comunque risollevarsi da solo, e l’esperienza acquisita in quel decennio lo permise di scoprirsi autore e regista. Chiusa la coppia con Dean Martin – di cui consiglio caldamente il recupero di alcuni loro film, davvero esilaranti – Jerry attraversò il successivo decennio con un successo incredibile, anche perché dimostrò di essere un vero “total film maker”, un vero regista totale: per colmare un buco di distribuzione per l’estate del 1960, Jerry decise di debuttare dietro la macchina da presa con un film totalmente muto, Il ragazzo tuttofare, dedicato a Stan Laurel e al cinema comico classico. Cresciuto con George Marshall – proveniente dalle comiche a due rulli – e con Frank Tashlin – specialista cartoonist – Jerry si sentì debitore della “gag” visiva muta e continuò la tradizione di Stanlio e Ollio con uno spirito anarchico e critico verso la stessa Hollywood dove lavorava a tempo pieno. In un certo senso, il “nuovo” Jerry autore trovò vera acclamazione dalla critica soprattutto europea proprio per la sua genialità autoriale: inventò il sistema di “video assist” per controllare le riprese direttamente in un monitor collegato alla cinepresa, ad esempio, ripreso poi in tutto il mondo e che la dice lunga sul Lewis regista. Totale, autoritario e maniacale. Per un certo periodo, Jerry era solito andare dal vecchio Stan Laurel nel suo appartamento a Santa Monica per avere dei consigli sui copioni da girare, e questa sua venerazione si rispecchia nel lavoro degli anni Sessanta. Fra le molte gag catastrofiche che circondano il personaggio pasticcione di Jerry – chiamato infelicemente in Italia come “Picchiatello” – che scontenta tutti, Lewis analizza la trovata comica rivoltando la tecnica dell’assurdo: si ribellano gli oggetti, il mondo è caotico, e Jerry è l’unica vittima. Nella tradizione della comicità ebraica, Jerry interpreta lo schlemiel, l’incapace che rovescia la zuppa.

Agli occhi della critica, Jerry Lewis è stato salutato come uno dei registi più coraggiosi e originali del suo tempo. Come Chaplin ne Il circo, Jerry ha smascherato i meccanismi comici: persa la spontaneità, sono perse le risate, come accade nel film Jerry 8¾ (1964). Sono assolutamente memorabili L’idolo delle donne (1961), Il mattatore di Hollywood (1961), Le folli notti del dottor Jerryll (1963), 3 sul divano (1966), diretti da Jerry, o Dove vai sono guai (1963), Pazzi, pupe e pillole (1964), diretti da Tashlin. Dietro le risate, una implacabile satira sociale sui miti di Hollywood e sulla società americana, frenetica e ipocrita.
A 40 anni, nel 1966, un incidente in diretta televisiva ne compromette la salute della sua schiena; in più, la sua popolarità comincia a scendere. Il ciarlatano (1967) va bene, Scusi, dov’è il fronte? (1970), decisamente meno. Decide di rimettersi in gioco, va in Francia dove è adorato per una serie di spettacoli all’Olympia di Parigi, e scrive il suo primo film drammatico, The Day the Clown Cried: cominciato a girare nel 1972, questo film ambientato in un campo di concentramento durante l’ultima guerra non convince Jerry, e non lo completa. Al momento mentre scrivo, è un film sparito da allora, anche se Jerry lo ha donato alla Library of Congress sperando un giorno di proiettarlo almeno una volta: al momento è impossibile, Jerry se ne vergogna ancora oggi e ha dato disposizioni che rimanga nel buio. Se l’idea ricorda La vita è bella, è lo stesso Jerry ad aver detto: “Benigni mi ha rubato l’idea, ma è stato bravo”.

Il comico che fa le smorfie ed è un grande regista decide di ritirarsi. Pagò lo scotto dei comici che raccontano la verità attraverso le risate: Hollywood gli disse no, grazie. Poté almeno sfruttare cosa ha imparato insegnando regia alla University of Southern California a Los Angeles: in aula ha fra gli altri Steven Spielberg e George Lucas. Gli anni Settanta non furono comunque buoni per Jerry: senza una cinepresa, poté comunque continuare nello spettacolo con la maratona del Telethon, ribattezzata The Jerry Lewis MDA Labor Day Telethon nel periodo della sua conduzione (1966-2009), dove da mattatore assoluto per la campagna per la ricerca della distrofia muscolare ha raccolto ben 2,45 miliardi di dollari. Fra le varie edizioni, quella del 1976 fu assolutamente storica: il suo “socio” Frank Sinastra approfittò di una sua esibizione per infilare Dean Martin sul palco. Dopo 20 anni esatti, la coppia si riunì commossa fra le urla del pubblico impazzito. Negli anni a seguire, Jerry continuava ad avere molti problemi di salute – fu “schiavo” del Percodan per il suo mal di schiena per molto tempo – e professionalmente non gli andava bene, ma il tempo per telefonare al suo partner lo trovava sempre.
Trovò l’entusiasmo per lavorare ancora. Nonostante la sua grandezza, Hollywood gli voltava però le spalle: fra mille difficoltà realizzò Bentornato, picchiatello!, girato nel 1979 ma distribuito in America solo nel 1981: trovò fortuna solo in Europa, dove uscì nell’80 con notevole successo al botteghino. Lo chiama poi Martin Scorsese per un’amara commedia sulle ambizioni del successo, Re per una notte, a fianco di Robert De Niro: lo girano nel 1981, uscirà solamente due anni dopo. Torna dietro la cinepresa con Qua la mano picchiatello!.., girato nel 1982 e distribuito solo in Europa (in America uscì direttamente in home video) per giunta solo in qualche paese (come Belgio, Francia e Italia). La critica comincia però a riscoprirlo e dopo Scorsese altri nuovi registi lo cercano, anche se per ruoli volutamente sgradevoli: gira Arizona Dream (1993), di Emir Kusturica e Il commediante (1995), a fianco di Lee Evans e Oliver Platt. La sua salute peggiora – dopo la schiena, è il cuore a giocargli diversi momenti terribili – la Francia gli conferisce la Légion d’honneur, l’Italia il Leone d’oro alla carriera, mentre l’America per giustificargli un premio Oscar gli danno la statuetta denominata Jean Hersholt Humanitarian Award (ringraziandolo per le sue attività umanitarie proprio quando gli tolgono il Telethon) ma si vedono bene dal distribuire il suo ultimo film, Max Rose: girato nel 2013, presentato al Festival di Cannes nello stesso anno, aspetta da tre anni di uscire nelle sale. Peccato, Jerry tornava protagonista di un film dai tempi de Il commediante. Le risate evidentemente vanno bene solo quando c’è il pagliaccio. E allora lui accetta un ruolo inusuale, il padre di Nicolas Cage nel film poliziesco The Trust (che esce direttamente in tv e poi in home video il prossimo Aprile).
Ha affrontato critiche di ogni tipo, malanni incredibili, umiliazioni cocenti. Non ha medicine, solo una unica droga: esibirsi, per far ridere.
E’ questo è il magnifico Jerry Lewis.

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