A QUALCUNO PIACE WILDER

 

“Cos’è la commedia?”
“E’ come togliersi i pantaloni ad un party. Se lo fate al momento buono e nel modo giusto, può essere molto divertente. Ma al momento sbagliato, e con le persone inadatte, è un disastro!”.

Il 27 marzo del 2002, dodici anni fa, se ne andò alla chetichella e alla bella età di 96 anni il grande regista Billy Wilder, uno dei più grandi registi di sempre, tout court.

Realizzò la commedia perfetta in assoluto, quel “A qualcuno piace caldo“, del 1959, che oggi tutti ricordano e che nel 2000 l’American Film Institute pose al primo posto delle Cento migliori Commedie di sempre. Per quanto mi riguarda, Wilder è il mio regista preferito, è il Re Mida dei generi cinematografici, e mi imbarazza così tanto parlarne che non potrò che essere sintetico.
Penso che il suo genio possa essere riassunto con il titolo di un famoso documentario che Volker Schlöndorff  realizzò su di lui: “Billy, ma come hai fatto?”. E il bello è che non c’è la risposta – tanto, non sarebbe stata quella giusta. Nelle sue interviste, non sempre era disposto a parlarne. Una volta disse che preferiva andare negli Studi a Hollywood perché non sopportava il rumore dell’aspirapolvere della moglie, perché non sapeva chi chiamare come quarto per il bridge o secondo per il tennis, e per evitare che qualche falso talento vincesse un Oscar..

Dotato di una ironia acuta e molto intelligente, Wilder (che essendo di origini polacche, il suo cognome dovrebbe essere pronunciato come si scrive, non Uailder, come molti americanizzano), studia a Vienna, fa il giornalista a Berlino, odora puzza di nazismo e si trasferisce, agli inizi degli anni Trenta, a Parigi. Anche lì l’aria si fa pesante e va negli Stati Uniti. La sua carriera cinematografica inizia come sceneggiatore sopratutto per Ernst Lubitsch, il regista che poi avrebbe ammirato di più, tenendolo come punto di riferimento specie durante la stesura dei suoi copioni, ‘come lo farebbe Lubitsch‘ era una frase incorniciata sulla sua parete del suo ufficio: il tocco malizioso e pungente avrebbe distinto le sue commedie migliori. Nella sua lunga carriera, costellata tutt’altro di successi, Wilder avrebbe messo in scena personaggi vittime degli eventi, complessati sessualmente, immorali, con un occhio molto moralista: sicuramente non ci andava leggero. Ironizzava sulla prostituzione morale e sociale, sui mass media, sul travestitismo, la ricerca al successo e su Hollywood, al servizio di attori come Jack Lemmon, con il quale girò sette film, Tony Curtis, William Holden, Walter Matthau, Marilyn Monroe, che rischiò di mandarlo in esaurimento, lo splendido trio del film “Testimone d’accusa“, Tyrone Power, Marlene Dietrich, e Charles Laughton, ma anche James Cagney, che interpretò un film che potremmo definire instant-movie, girato sul Muro di Berlino quando il muro era in costruzione, Un, due, tre, splendido fuoco d’artificio del 1961. Come ho già scritto, non mi sento all’altezza di poter tracciare un profilo su un regista la cui filmografia è fatta di vere gemme, oltre ovviamente all’ultra classico “A qualcuno piace caldo” (1959), alcuni capolavori, come “Stalag 17“, il già citato film con Laughton, da una opera di Agatha Christie, ma anche “Viale del tramonto“, “Non per soldi ma per denaro“, L’appartamento”  e “Prima pagina“, ultimo gioiello della sua carriera, con la coppia Lemmon-Matthau. Era dotato di un umorismo cinico, tagliente, e di grandi abilità creative. Ha praticamente inventato il genere noir, ha scavato come pochi sulle contraddizioni del successo e sull’America stessa: per questo, anche se vincitore di sette premi Oscar, di cui uno alla carriera, anche se è stato acclamato come uno dei migliori registi del mondo, Wilder terminerà la sua carriera nel 1981, con il simpatico “Buddy, buddy“, ancora con il binomio Lemmon-Matthau, praticamente condannato al silenzio. Quando morì, dodici anni fa, sono stati tanti a scrivere che nessuno è perfetto, ma forse Wilder lo era davvero.

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