ADDIO A PAOLO VILLAGGIO, MOSTRUOSAMENTE COMICO

È morto all’età di 84 anni Paolo Villaggio. Era ricoverato da qualche giorno all’Ospedale Gemelli di Roma quando questa mattina è giunta la triste notizia.

Diciamolo, è un tragico lunedì. Noi siamo convinti che i comici non debbano morire mai, e Paolo Villaggio era francamente uno di quelli che avremmo voluto al nostro fianco ancora per molto tempo. Fisicamente più debole, ma lucido e perfido come sempre, aspettavamo le sue interviste soprattutto quelle televisive per avere una visione della nostra quotidianità, sempre più mostruosa, da parte di chi, come lui, ha saputo prendere la parte grottesca della nostra vita e trasformarlo in un personaggio che ha fatto e farà epoca: Fantozzi.

Lo sfortunato ragioniere, alla timida ricerca di un riscatto personale (formula che si ripeterà spesso negli altri film di Paolo Villaggio), può essere considerata l’ultima maschera del cinema italiano. “Fantozziano” e “Fantozzesco” sono finiti nel dizionario italiano. Non solo. Quando Villaggio vinse il Leone d’Oro alla Carriera nel 1993, la critica glielo consegnò per i film con Fellini, Olmi, la Wertmuller, ma il pubblico sapeva bene la verità: era una scusa per ringraziarlo di Fracchia e Fantozzi. E che comunque non era poco.

A distanza di oltre 40 anni dal primo film della saga, Paolo Villaggio sapeva bene che l’italiano era peggiorato, e chi scrive ha avuto la fortuna (o sfortuna) di fare un lavoro impiegatizio per diverso tempo in una grande società italiana: la mediocrità dell’impiegato, servile e vigliacco, l’arrivismo dei superiori, lo sfruttamento dei potenti, le squallide colleghe alla disperata ricerca della bellezza perduta, le famose Miss Quarto Piano, non erano affatto una invenzione di Villaggio. La sua originalità – e genialità assoluta – è stato creare un personaggio che riunisse tutto questo con un omaggio alla farsa classica mescolata con i tragici personaggi di Cechov.

Paolo Villaggio conosceva bene tutto questo: nato a Genova nel 1932, dopo le scuole entrò alla società Italsider dove fece carriera fino ad arrivare al ruolo di responsabile del personale; amava raccontare che la lotta al potere più miserabile l’ha visto con i suoi occhi, quando i direttori gli chiedevano di misurare le pareti mobili dei loro uffici, furtivamente spostate dagli altri superiori, alla ricerca dell’ufficio mobile più grande. È stato quando organizzava le serate natalizie aziendali, trasformate in veri spettacoli, che scoprì di avere un talento per l’intrattenimento e per la comicità: da presentatore passò brevemente ad attore, portando in un locale di Roma “Sette per otto” questo personaggio chiamato “Fantocci”, trasformato poi in “Fantozzi”. Quel locale era gestito da Maurizio Costanzo: visto il grande successo ottenuto, a Villaggio gli offrono di presentare un nuovo programma domenicale sulla RAI, e lui accetta portandosi Costanzo come autore.

Con “Quelli della domenica”, 1968, assieme a due sconosciuti che si chiamavano in arte Cochi e Renato, stravolsero i ritmi e la comicità televisiva, e Villaggio schiaccia tutti con la popolarità insultando le anziane fra il pubblico e con un personaggio aggressivo, ma divertentissimo: il professor Kranz, fantasista tedesco sfigato e pusillanime. Col successo in TV – e nel cabaret, passando al Derby Club di Milano invitato da Cochi e Renato – Villaggio viene convinto da Rizzoli a raccogliere i racconti di Fantozzi che scrive sull’Europeo in un libro. “Fantozzi” esce nel 1972 e vende un milione e mezzo di copie.

Intanto come attore si fa notare con Monicelli nel “Brancaleone alle crociate” (1970), “Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto” (1972), di e con Vittorio Gassman, “Che c’entriamo noi con la rivoluzione?” (1972), regia di Sergio Corbucci, sempre in coppia con Gassman, che diventerà suo grande amico nella vita. Poi Rizzoli capisce che Fantozzi ha del potenziale e propone a Villaggio di farne un film: affiancato da Benvenuti e De Bernardi, due sceneggiatori straordinari del nostro cinema, chiama Luciano Salce come regista e assieme tirano su un cast di spalle straordinario, da Liù Bosisio, come la signora Pina, Gigi Reder, ragionier Filini, Anna Mazzamauro, la signorina Silvani, a Giuseppe Anatrelli, come il collega Calboni.

Il film esce a Pasqua del 1975 e ottiene un successo incredibile. Da quel momento, ne verranno girati altri nove, fino al 1999: i primi quattro, due diretti da Luciano Salce, e gli altri da Neri Parenti, regista quasi privato per un decennio, sono assolutamente da antologia. Anzi, al parere di chi scrive e che li ha rivisti al cinema quando sono stati (fortunatamente) riproposti in occasione del quarantesimo anniversario, i primi due sono due capolavori assoluti del cinema comico italiano. Il film esce, e gli dicono: “Villaggio, fai quello che vuoi”.

Da lì parte una carriera che si alternerà ai Fantozzi con altri film non sempre riusciti, ad eccezione di quelli diretti da Luciano Salce, come “Il Belpaese” (1977), e anche di Steno, come “Dottor Jekyll e gentile signora” (1979), il quasi gemello Fracchia in un memorabile “Fracchia la belva umana” (1980), e anche di quelli corali al quale Villaggio si prestava per bieco interesse monetario, come “Scuola di ladri”, “I pompieri”, “Grandi magazzini”.

Il suo grande talento lo sprecherà riciclando situazioni fantozziane, e raschiando il barile delle situazioni comiche (come appunto la saga delle “Comiche”, in coppia con Renato Pozzetto) arriverà ad un punto dove si trasforma nel grande clown recuperato dai grandi registi. Uno che amava molto i comici, Federico Fellini, lo mette assieme a Roberto Benigni per fare il punto della situazione del gran caos degli anni ’90: con coraggio, ascoltano la “Voce della luna” (1990) rivelando al pubblico di essere grandi attori. È pioggia di premi, ma anche di risentimenti da parte degli altri colleghi poco premiati – storico Alberto Sordi che gli lanciò una fucilata dicendo “Ma quale carriera, ha fatto solo Fantozzi…” – ma lui se la gode e si regala anche un maestoso “Avaro” di Moliere a teatro.

La carriera di Paolo Villaggio è lunga, fatta anche di soddisfazioni anche come paroliere, lui che era un amico fraterno di Fabrizio De André gli scrisse “Carlo Martello” e “Il fannullone”, scrittore, presentatore (sapevate che condusse un Sanremo con Bongiorno?), ma anche opinionista, lui che era a sinistra del Partito Comunista Cinese, sempre beffardo e dissacratore. Ora Fantozzi è andato in Paradiso, come da sua richiesta sarà bollito, e poi conoscerà finalmente il Mega Direttore Galattico, l’Assoluto. Basta così, oggi è un tragico lunedì, e ci siamo svegliati tutti ragionieri.

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