ADDIO A ETTORE SCOLA, L’ULTIMO DEI GRANDI

 

È notizia di ieri la morte di un grande del cinema italiano: se n’è andato Ettore Scola, morto a 84 anni non compiuti.

ETTORE_SCOLA-DECESO_SPANXDS101

I “Colonnelli” della commedia all’italiana hanno perso l’ultimo regista che, di fatto, ha portato in Paradiso la storia del cinema italiano e portato alla morte definitiva la commedia all’italiana. Morto Scola, si è chiuso un capitolo incredibile della nostra cultura. È stato uno dei pochi registi che è migliorato paurosamente di film in film, ha regalato al pubblico capolavori incredibili e poi è sceso lentamente verso la vecchiaia, senza trovare lo smalto e la cattiveria di un tempo ma prima di deporre le armi aveva alle spalle titoli come C’eravamo tanto amati (1974) o La terrazza (1980), La famiglia (1987). Rispetto ai suoi colleghi più anziani, Scola è giunto alla regia tardi, nel 1964, quando i Monicelli e i Risi erano già affermati e autori di Soliti ignoti e dei Mostri.

Eppure è stato lui ad aver girato il funerale della commedia all’italiana con l’episodio finale de I nuovi mostri (1977), dove la spalla del Comico morto, interpretato da Alberto Sordi, improvvisava con i suoi colleghi di compagnia uno sketch per la gioia dei visitatori al cimitero. Le risate a un funerale, visto in soggettiva della bara già immersa nella fossa, era un chiaro riferimento alla fine delle commedie amare e ciniche, niente riso amaro ma solo riso precotto, riscaldato, ormai i Vecchi vanno in pensione in vista delle nuove leve, figli della televisione e dei cabaret, come Massimo Troisi, Carlo Verdone, Benigni, Nichetti etc.

Scola, nato nel 1931 a Trevico (Avellino), iniziò giovanissimo e ancora studente come scrittore e disegnatore umoristico alla mitica rivista “Marc’Aurelio” – dove in redazione si trovavano, per dire, certi Steno o Federico Fellini – per poi diventare “negro” (il ragazzo sceneggiatore senza “firma” sui titoli) per Totò, per Sordi alla radio con Mario Pio alla fine degli anni Quaranta e poi, in coppia con Ruggero Maccari, nelle commedie dove Albertone esplose come attore comico (basta vedere la sua filmografia per rendersi conto che Scola & Maccari sono nei migliori film di quel periodo: da Un americano a Roma al Conte Max), nei primi film da brillante di Vittorio Gassman (Il mattatore), nei primi da protagonista di Nino Manfredi (Il carabiniere a cavallo), nei primi capolavori di Risi (Il sorpasso, La marcia su Roma, I mostri) con Gassman e Ugo Tognazzi, per poi esordire come regista in Se permettete parliamo di donne, 1964, film a episodi “TuttoGassman”.

Nel giro di tre anni Scola centra la sua piena maturità artistica: alla commedia italiana contribuisce con satira sociale e un certo slapstick, come in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), protagonisti Sordi e Manfredi, poi infila un amaro ritratto poliziesco con Tognazzi e Il commissario Pepe (1969), svecchia la commedia folkloristica con spunti comici con un trio pauroso (Monica Vitti condivisa da Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini) in Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970), torna con Sordi in un racconto kafkiano (anche se da Dürrenmatt) ne La più bella serata della mia vita (1972), fino alla definitiva consacrazione in C’eravamo tanto amati, il racconto di una “vita difficile” di tre amici ex partigiani che si condividono Stefania Sandrelli attraverso la storia del nostro paese (un cast da brividi: Gassman, Manfredi, Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli).

Il 1974 è l’anno della maturità, dove la commedia all’italiana diventa adulta, con tutti i difetti del caso e i rischi tragici di chi sopravvive per non morire: Brutti, sporchi e cattivi, capolavoro del 1976 con un insuperabile Manfredi, porta all’eccesso tutte le sgradevolezze degli affamati, per poi passare ai tempi del fascio con Una giornata particolare (1977), ultimo vero grande film di Sofia Loren in coppia con Mastroianni. La terrazza, dove ci sono un po’ tutti (manca giusto Sordi), può sembrare un gioco fra amici e colleghi, è invece una riflessione finale sulla commedia che Scola, ma anche Age e Scarpelli, coppia storica di sceneggiatori, e tutti gli attori del cast, hanno reso grande. Da quella terrazza hanno voce quelli che hanno migliorato e distrutto la cultura e il cinema italiano del dopoguerra, attraverso un gruppo di intellettuali di sinistra in crisi.
Il decennio del 1980 vedono uno Scola più nostalgico, come la fiammata alla commedia vecchio stile (Maccheroni, 1985, con la coppia inedita Mastroianni & Jack Lemmon), e il capolavoro La famiglia (1987), ottant’anni di storia di una famiglia che ha vissuto il cambiamento del nostro paese.

Quando negli ultimi anni aveva diramato il ritmo della sua produzione – colpa, a suo dire, di Berlusconi quando era capo del governo – riesce comunque a regalare almeno un paio di titoli degni del suo nome: Concorrenza sleale (2001), i continui contrasti fra due commercianti mentre il loro paese decreta la vergogna delle leggi razziali, nel 1938, e Che strano chiamarsi Federico (2013), documentario omaggio al suo amico conosciuto fra le vignette del Marc’Aurelio secoli fa.

La sua lezione può essere riassunta così nelle sue stesse parole: “Il cinema è un lavoro duro ma si può, ridendo e scherzando, mandare qualche messaggetto, qualche cartolina postale con le proprie osservazione sul mondo. Il cinema è come un faretto che illumina le cose della vita“.

Ha vinto a Cannes, a Venezia, per quattro volte è stato nominato all’Oscar e ha vinto ben 8 David di Donatello, compreso quello alla carriera ricevuto nel 2011.

Share This Post On