AUGURI, RAGIONIER FILINI!

Il mitico Gigi Reder avrebbe compiuto oggi 86 anni. Non potevamo non tributargli un sentito omaggio, a firma del nostro autore più nostalgico.

“In ogni agglomerato umano c’è sempre la figura funesta dell’organizzatore di manifestazioni ricreative. Nella società di Fantozzi era certo Filini, ovviamente dell’ufficio sinistri”.
(Fantozzi, 1975)

Era destino che oggi scrivessi su Gigi Reder, meglio noto come il mitico Filini, collega del ragionier Fantozzi. Perché a volte la memoria viene stimolata da una immagine, anzi da un fotogramma, e il suo personaggio non può che essere ricordato con una risata. Perché, ve lo ricorderete, Filini era la spalla insostituibile dell’impiegato più sfortunato, rappresentava l’incubo delle organizzazioni aziendali, dalle gite ai miserabili capodanni, alle partite di caccia e di tennis, insomma per quanto fosse sempre presente, l’occhialuto Filini rappresentava la fine della pace per il povero Fantozzi. Eppure, sembravano inseparabili. E rispettando la tradizione borghese, anche dopo tanti anni di lavoro, specie dopo la pensione, si davano ancora del Lei. Il rapporto stretto era mantenuto anche nella vita reale: Reder, con Paolo Villaggio, ha girato molti film, anche al di fuori della saga di “Fantozzi”, e rivedendone l’altra sera uno dei tanti, mi sono reso conto di aver avuto occhi solo per lui, per Filini. Era destino, oggi mi sono messo a fare delle ricerche e ho scoperto che proprio oggi, il 25 marzo, ricorreva il suo compleanno.

Era nato a Napoli infatti il 25 marzo 1928. La sua famiglia era di origine tedesca, e il suo vero nome era Luigi Schroeder. Il suo volto lo avevo già visto ne “L’oro di Napoli” (1954), di Vittorio De Sica, nella serie “Pane amore e fantasia”, di Luigi Comencini, ne “Il vedovo” (1959), di Dino Risi, accanto ad Alberto Sordi, ma la sua carriera era iniziata molto prima: dotato di una bella voce, iniziò alla radio come annunciatore, dopo aver rinunciato a una carriera universitaria a Napoli (giurisprudenza).

Il giovane Gigi sbarca a Roma alla “ventura” alla fine degli anni Quaranta. Il suo debutto avviene in un film di Totò, “47 morto che parla”, nel 1950. “Ero paralizzato dalla paura, era il mio film ed avevo poche battute da recitare con lui. (…) Lui si accorse che avevo paura e mi venne vicino in maniera molto carina e, dandomi una pacca sulla spalla, mi disse ‘Guagliò…è cinema’ alzando le spalle e agitando la mano come per dire ‘che vuoi che sia’..”. La sua gavetta fu l’avanspettacolo, nel chiasso del pubblico che voleva le belle gambe, accanto a Carlo Croccolo, come lui stesso ricordava, girando come matti l’Italia.

La vita dell’artista all’arrembaggio formò Reder, come del resto successe a molti gloriosi futuri caratteristi del cinema italiano, dotati di grande talento e formati dalla scuola della “fame” e della paga di un caffellatte, un’enorme squadra di attori comici, come Gianni Agus, Mario Carotenuto, Alfonso Thomas, Lino Banfi, giusto per citarne alcuni, che rimarranno sempre fedeli a quella durissima esperienza. Lo stesso Banfi chiamerà Reder per rifare il classico sketch dell’equivoco del dentista scambiato per una casa di appuntamenti, nel divertente “Vieni avanti cretino” (1982), di Luciano Salce, un film praticamente costruito su vecchi numeri dell’avanspettacolo, dove anche il grande Lino si fece ossa e carattere. E sarà giustamente chiamato da Nanny Loy per la parte dell’infermiere che vuole aiutare Michele Abbagnano, alias Nino Manfredi in “Café Express” (1980), zeppo di attori napoletani per una storia – bellissima – sull’arte di arrangiarsi tipica partenopea.

La svolta di una carriera arriva nel 1974, quando la Cineriz decide di portare il best-seller “Fantozzi”, scritto da Paolo Villaggio, sul grande schermo: è una grande intuizione di Luciano Salce, il regista, quella di chiamare Reder, e tutta una serie di attori, per il gruppo di colleghi e familiari del ragionier Ugo Fantozzi: Anna Mazzamauro, la Signorina Silvani, Giuseppe Anatrelli, il collega carogna Calboni, Liù Bosisio come signora Pina, Plinio Fernando per la parte della figlia [sic!] Mariangela, e ovviamente Gigi Reder come Filini. Sul personaggio di Filini ho notato che esistono un paio di imprecisioni: in alcuni film il nome completo cambia da Silvio a Renzo Filini, e il suo ruolo da geometra a ragioniere. Di certo fu inventato per il cinema, perché nei libri il personaggio era chiamato Fracchia che, a sua volta, diventò un altro personaggio fortunato di Paolo Villaggio, cui Reder fece da spalla prima in tv (nel 1975) e poi in due fortunate e divertenti trasposizioni cinematografiche, “Fracchia la Belva umana” (dove Reder è nei panni femminili della mamma della Belva) e “Fracchia contro Dracula”, entrambi di Neri Parenti.

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Come personaggio comico, Reder era davvero un personaggio esilarante, descritto così da Calboni – alla ricerca di donne in una serata memorabile di scappatelle – “Magro, ma miope, occhiali doppi, tipo civetta sai“. Fantozzi era la vittima preferita di Filini. Ricorderemo sempre la scena della partita di tennis, che la voce narrante introduceva così: “Filini fissò il campo da tennis per la domenica più rigida dell’anno, dalle sei alle sette antelucane. Tutte le altre ore, man mano che si avvicinava il mezzogiorno, erano occupate da giocatori di casta sempre più elevata: Direttori Clamorosi, ereditieri, cardinali e figli di tutti questi potenti”. E poi l’arrivo in campo dei due giocatori, con rigorosa descrizione, a cominciare dall’abbigliamento di Filini: “..Gonnellino pantalone bianco di una sua zia ricca, maglietta Lacoste pure bianca, scarpa da passeggio di cuoio grasso, calza scozzese e giarrettiere; doppia racchettina Liberty da volano”. Evidentemente questa parente facoltosa deve aver lasciato a Filini qualcos’altro in eredità, perché anche nella scena – grottesca ma divertentissima – dell’apertura della caccia, il suo abbigliamento si ripete: “berrettone Sherlock Holmes con penna alla Robin Hood, poncho argentino di una sua zia ricca, scarpe da tennis con sopra galosce, carte topografiche e trombone da brigante calabrese”.

A pensarci bene, le scene migliori di Fantozzi sono tutte interpretate con Reder – ricorderete anche la partita Scapoli-Ammogliati, il già citato capodanno, la miserabile serata di scappatelle all’Ippopotamo Rosa, locale notturno che prima del loro arrivo non aveva avuto clienti per sei mesi, e sopratutto una sequenza d’antologia, il campeggio notturno. Quanti di voi sono stati rimasi traumatizzati, quando videro il film da piccoli, a vedere Gesù sentir parlare ciociaro? (“avete li pesci?”, “No dottore non abbiamo pescato!”, “Avete li pani?”, “No doveva portarlo lui!”, “No! Lui!”, e Gesù, allontanandosi, “E allora che me mortiplico io?”).

Come Fantozzi, anche Filini fu una maschera fondamentale del nostro cinema comico, che si prestava magnificamente alle gag grottesche della saga. Così una gita al campeggio si trasforma in un incubo – e influenzerà ogni nostro campeggio specie nel montaggio della tenda e, come spesso succede, quando ci colpiamo col martello il nostro pollice anziché il picchetto, scappando dal campo urlando come matti. Fantozzi, essendo notte, scappava a velocità incredibile e poi liberava il suo urlo di dolore nelle valli, mentre Filini ascoltava incredulo l’eco. Ricorda Reder, “Il mio rapporto con Villaggio è stato molto strano perché il primo giorno ci guardammo con sospetto. Lui si trovava accanto ad un attore di teatro che non si sapeva come avesse recitato in quel ruolo.. io ero al fianco del nuovo comico televisivo del momento.. Devo riconoscere che i primi giorni, forse per timidezza, lui mi snobbava un po’…. Poi, un giorno girammo la famosa scena in cui Fantozzi e Filini rimangono in mare con la barca a remi senza cibo né acqua e cominciano ad avere le visioni..gli appare Gesù Cristo..le sirene.. Ebbene noi siamo stati abbandonati nella realtà come nella scena. Non ci venivano più a prendere! Allora abbiamo socializzato un po’..lui mi chiedeva di Totò che adorava.. e sciogliemmo il ghiaccio diventando amici”.

Più che una coppia comica, Villaggio e Reder facevano parte di un team, di una squadra di comici, e il loro rapporto sul set fu sempre cordiale ma sopratutto di grande affiatamento. Anna Mazzamauro, in una intervista, ha specificato che spesso si improvvisava affidandosi, più che alla comicità classica, alla commedia dell’arte, cioè a quel modo di portare una scena avanti in base ad un canovaccio unico, mollando insomma il copione e affidandosi all’istinto dei personaggi. ” Quella sua faccia furba… dalle risate mi si scioglieva il trucco. E giocavamo sempre, sul set e nelle roulotte, a litigare. Prendeva in giro la mia passione per il teatro, “fetentona, sempre a studiare”, ma ne era innamorato”. E sul set Anna non vedeva l’ora di tormentarlo con la sua Compagnia, al che Reder le sbottava, “A Mazzamà che scassamento, ma non possiamo parlare del cestino?”. Lo stesso team si sarebbe ripetuto in altri film, a volte diretti ancora da Luciano Salce, come “Il belpaese”, del 1977, o “Rag. Arturo De Fanti, bancario precario”, del 1980, o, solo Reder e Villaggio, nell’episodio “Si Buana”, del film “Dove vai in vacanza?”, datato 1978.

Quando la saga di Fantozzi continuò la produzione e si alternò a quella di Fracchia, Reder continuò a fare da spalla a Villaggio anche al di fuori dei suoi personaggi, come successe per “Grandi magazzini”, del 1986: Reder e Villaggio due sono evasi che si fingono rispettivamente rappresentante di una ditta di giocattoli tedesca e…un prototipo di robot quasi umano; per quanto fosse uno sketch non proprio memorabile, i due si trasformavano in due personaggi da farsa, più vicini a Stanlio e Ollio che a Fantozzi e Filini, con la colpa, nel copione, di rendere Reder un personaggio troppo cinico e senza scrupoli, mentre Villaggio rimaneva sempre la vittima. Gli ultimi bagliori rimangono nella saga fantozziana – come lo sketch della gita in barca in “Fantozzi contro tutti” (1980), dove i due sono fintamente ospiti del marchese conte Barambani (il grande Camillo Milli) e costretti a fare i mozzi, girato, nei ricordi di Reder, fra le risate della troupe che si dimezzò a causa del mal di mare e di un comandante che guidava la barca sempre brillo. Quando l’età cominciò ad avanzare e la qualità dei film di Fantozzi cominciò a scendere – anche a causa di una certa svogliatezza di Villaggio attore e autore -, le storie diventarono sempre più verosimili alle loro carriere: così anche loro andarono in pensione e si ritrovarono il mondo del cinema sempre più distaccato. Per Reder, comunque, un paio di soddisfazioni se le toglie: viene chiamato da Francesca Archibugi per “Il grande cocomero” (1993) e, sempre nel ’93, ottiene una nomination ai Nastri D’Argento per “Fantozzi in paradiso”. Quando non è sul set, è nelle salette di doppiaggio: pochi sanno infatti che è stato un eccellente doppiatore (è stato persino Jack Nicholson in “Una nave tutta matta”) e la sua voce è riconoscibile in film importanti come “C’era una volta in America” (1984), “Rocky” (1974), “Casinò” (1995). Da piccolo, l’avevo riconosciuto come il barman del film “Allegri gemelli” (1936), con Stanlio e Ollio, in un ridoppiaggio Rai degli anni ’80..
Una informazione che ho trovato e che posso smentire: non vinse mai il David di Donatello per “Superfantozzi” (1986), ma fu solo nominato. Vinse invece Leo Gullotta. “Chiesi ad un membro della giuria il perché della mia nomination proprio per “Superfantozzi” che non era un granché..la sua risposta fu ‘abbiamo trovato una scusa per darle un premio alla carriera‘..”, ricordò lo stesso Reder. E quella carriera, lunga e ricca di titoli memorabili, si fermò con l’ultimo Fantozzi, nel 1996. Il pubblico ne aveva abbastanza e il film andò molto male. Per un infarto, muore improvvisamente l’8 ottobre 1998, a 70 anni. Paolo Villaggio ricordò commosso alla stampa che Reder era “Un animale di razza, per di più napoletano, con tempi comici perfetti. Ci si vedeva una volta l’anno. Mi ringraziava perché, e io qui gli rubavo la battuta, fare i nostri duetti era meglio che far l’amore: con lui se ne va una parte importante di me…Il grande successo di Fantozzi in gran parte si deve a lui, più comico di me. E non potrà mai esserci un altro Filini”. Disse che con Filini la loro era una coppia come quella di Totò e Peppino, sopratutto perché, come accadeva con De Filippo, faceva ridere più del Principe. E solo a ricordarlo, con quegli occhialoni spessi, fa solo che ridere. Questo è il mio ricordo di chi, come tanti, sono cresciuti a “Pane e Fantozzi”.

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