Benigni a braccetto col potere?

Benigni che presenta il libro del Papa? I fan della prima ora si sono rivoltati. Ma, forse forse, c’è meno incoerenza di quella che appare…

Accettando di presentare il nuovo libro del Papa, in Vaticano, alla presenza di giornalisti e rappresentanti del clero e delle istituzioni italiane, Roberto Benigni ha utilizzato la propria comicità a vantaggio del rappresentante primo di uno dei poteri costituiti (forse il maggiore) contro cui ha rivolto per anni la sua satira. Come sempre succede, la cosa è piaciuta a qualcuno, ad altri ha fatto storcere il naso. In effetti, l’umorismo di Benigni sembra talmente mutato nel corso del tempo che per alcuni la sua partecipazione alla presentazione del libro di Papa Francesco Il nome di Dio è Misericordia, è la dimostrazione palese e impietosa del suo triste declino di comico.

Benigni e libro Papa
Eppure, se guardiamo bene, le perfomance del comico toscano e il suo stile trasgressivo, iperbolico e stralunato non sono mai cambiati e le sue affabulazioni di oggi mantengono quel particolare filo conduttore in bilico tra il reale e il surreale che ha caratterizzato da sempre il suo personaggio. Che cosa è avvenuto dunque dal ‘99, quando sosteneva che Dio ha tutti e sette i vizi capitali, a oggi, dove Dio ritorna a essere l’infinitamente buono che pur non avendo mai peccato si prende generosamente carico di tutti i peccati dell’uomo? Che cosa è cambiato in lui dal “Wojtalaccio” che parla di fame nel mondo e intasca i soldi dello IOR, a Bergoglio, un papa meraviglioso che trascina la Chiesa verso il cristianesimo, il Vangelo e Gesù?


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È la sua satira che si è trasformata, che ha cambiato il focus, o è il personaggio che si è conformato, si è adattato ai tempi, integrandosi al sistema? E Benigni chi è, cos’era e che cosa è adesso? È diventato un comico che si è spinto oltre i limiti del suo ruolo di diversivo sociale, abbracciando (e ampliando) i valori più sani del cristianesimo, con l’obiettivo più profondo e trasgressivo di condurre la religione a parlare dell’uomo? O si è rivelato quale menestrello-predicatore ben pagato dal potere, portatore di quel conformismo progressista di una sinistra che, con il tempo, si è convertita a ciò che prima disprezzava, dal tricolore patriottico-istituzionale, al Festival di Sanremo, alla Chiesa Cattolica Romana?
Sta di fatto che Benigni trent’anni fa diceva il contrario di ciò che dice ora. Poco importa se questo passaggio sia dovuto alla volontà di ribaltare dalle fondamenta l’oppio dei popoli in una “religione dei diritti e dell’amore” o, come capita quando s’incanutisce, a una vera e propria conversione religiosa. Due sono le cose: o il potere è cambiato, diventando davvero “buono”, addirittura migliore del popolo che controlla e gestisce, oppure ha rafforzato le sue strategie comunicative, rendendole più subdole e raffinate, arrivando a farsi scudo di quegli stessi valori socialisti e libertari fondati sui diritti umani e sull’uguaglianza sociale e rigenerandoli attraverso le analogie argomentative della morale religiosa.

In ogni caso, a muovere a Benigni le critiche più aspre sono soprattutto due categorie di persone: chi conserva un ricordo del comico toscano quale salace fustigatore del potere e coloro che, in altri modi, su altre piazze e con differenti risultati, fanno il suo stesso mestiere. Senza entrare nel merito delle opinioni e difendendo senza dubbio la libertà di critica, vogliamo però porci una domanda: quanti altri attori comici italiani sarebbero in grado di fare oggi la stessa cosa? Crediamo non moltissimi, e per quattro motivi precisi: la delicatezza del contenuto, la leggerezza nella forma, l’umiltà dell’atteggiamento e la nobiltà dell’obiettivo.

È indubbio come gli argomenti, i testi, i riferimenti su cui Benigni sceglie di lavorare, da qualche anno a questa parte, siano molto ostici, perché solitamente riservati a un pubblico colto, o comunque edotto. Le cose di cui parla, le parole che pronuncia, la simbologia, gli esempi, non forniscono a chi lo ascolta molti agganci all’attualità. E quei pochi agganci sono solo il pretesto per alleggerire con una battuta il monologo, in pochi e precisi momenti. La forma usata per trattare simili argomenti deve quindi necessariamente essere lieve, senza indulgere troppo alle battute, anche volgari, alle quali il comico toscano ci aveva abituati. Funzionale è perciò, un cambiamento di registro, di terminologia e di stile verbale e non verbale.

Ciò che Benigni dimostra è, se non una dose di umiltà, almeno un certo atteggiamento spregiudicato nell’affrontare un’operazione che presenta margini di rischio: certamente più facile, infatti, lavorare di fronte a un pubblico che conosci e che ha già dimostrato di essere in sintonia con te; più semplice utilizzare un umorismo aggressivo e canzonatorio piuttosto che edificante e confortante; più sicuro mantenere lo stile consueto, ad esempio l’arguzia trasgressiva utile per la satira politica. Se l’obiettivo ultimo, nel caso della presentazione del libro papale, è la stessa presentazione del libro, lo scopo di Benigni è infine quello di trasmettere contenuti nobili, parlando di amore, misericordia, perdono. In questo caso il suo umorismo ha una funzione innalzante, utile a suggerire a chi lo ascolta l’esistenza di un pensiero evoluto.

Certo è che il Benigni di oggi è molto più apprezzato e tollerato dal potere, non dà fastidio a chi comanda, ed è probabilmente funzionale a un’operazione culturale che mira a creare consenso politico. In caso contrario, il Vaticano non si sognerebbe di invitarlo a presentare un libro di Sua Santità, e le sue dissertazioni sui Dieci Comandamenti (fondamento del cristianesimo e “statuto” della Chiesa Cattolica Romana) non sarebbero mandati in onda sul primo canale nazionale. Comunque sia, omologazione culturale o crescita spirituale a parte, è sempre l’utilizzo dell’umorismo a creare e denunciare la distorsione tra l’essere e l’apparire, fomentando o limitando, in ogni uomo che si trovi a esercitare un po’ di potere, il delirio d’onnipotenza. Ma se è vero che la perfomance comica alimenta quasi sempre questo delirio, solamente chi, come Benigni, possiede il dono dell’autoironia, può permettersi di dire: “Quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo il papa! Ma tutti si mettevano a ridere e ho capito che dovevo fare il comico”.

Matteo Andreone e Rino Cerritelli

Author: Matteo Andreone e Rino Cerritelli

Scrittori, attori, registi, trainer per lo sviluppo delle risorse umane e docenti di humor terapia, humor business, teatro comico e scrittura umoristica, membri dell'International Society for Humor Study. Hanno pubblicato assieme “Una Risata vi Promuoverà" (Rizzoli Etas – Sett. 2012) e singolarmente "La terapia dell'umorismo" (R. Cerritelli - Carocci, Nov. 2013), “Lezioni di Comicità" (M. Andreone - Audino – Ott. 13). Di recente hanno curato l’edizione italiana del “The New Comedy Writer” di Gene Perret (Sagoma, Milano 2015).

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