Segrate – nei pressi di Milano – oltre duemila anni fa. Una tribù di “Sbabbari, uomini di inaudita viulenza”, guidati dal re Ardarico, subisce una grave ingiuria da parte dei romani che bruciano il loro villaggio, rapiscono le loro donne e, soprattutto, rubano i loro cavalli. Visto che “chi la fa l'aspetti”, gli Sbabbari partono alla volta di Roma per metterla “a carne e pesce”. Tra maghe, sirene, centaure e saccheggi, il viaggio sarà ricco di imprevisti e peripezie, ma alla fine gli Sbabbari avranno una sorte meno fortunata di quella di “Brennero”.
Realizzato con quattro soldi e con una sceneggiatura appena abbozzata, di certo Attila, Flagello di Dio non è un capolavoro della cinematografia mondiale. Ma allora perché se lo ricordano tutti? Perché è assurto a cult della commedia demenziale all’italiana? Un grazie grande così va a Diego Abatantuono, che regge tutta la pellicola sulle sue possenti spalle. All’inizio degli anni Ottanta è lui il grande mattatore della risata nostrana con il suo personaggio del terrunciello, che qui passa dal giubbotto di pelle del capo degli ultras, al mantello (sempre in pelle) del capo dei barbari, senza rinunciare alla contagiosa parlata da meridionale immigrato al Nord e al bandierone del Milan. L’apice del film è tutto in una battuta: “Attila! Che sei sordo? Che siete, una tribù di handicappati? A come atrocità, doppia T come terremoto e traggedia, I come ira di Dio, L come laco di sancue, e A come adesso vengo e ti sfascio le corna!”
A fare da contorno al grande Diego, una statuaria Rita Rusic (che proprio su questo set incontra il futuro marito, Vittorio Cecchi Gori), un impertinente Mauro Di Francesco (“Ma perché devi essere sempre tu lo re?”) e un folle Francesco Salvi ai suoi esordi.
CONTENUTI EXTRA
A parte le stringate biografie dei registi e del protagonista, il disco contiene un’appassionata intervista a Pipolo (Giuseppe Moccia). Questi ripercorre la realizzazione di Attila con grande partecipazione ed evidente nostalgia, regalando allo spettatore retroscena insospettabili (dai ritardi cronici di Abatantuono, alla brutta fine della tigre) e una definizione della sua opera che è poco definire originale: “un film lunare, surreale”.
CURIOSITÀ
La colonna sonora vanta firme di tutto riguardo: i due autori delle musiche (non indimenticabili) sono Franco Mussida e Franz Di Cioccio della PFM. Hanno collaborato anche Alberto Fortis (per il pezzo "La Maga") e Rossana Casale ("Canto della Sirena").
LA BATTUTA
Maga Columbia: “Sarà chiamato Attila... il flagello di Dio!”
Attila: “Att'la, il fratell' di ddio!”