IL BOSS DEI COMICI: MAI UNA GIOIA DALLA COMICITÀ IN TV

Dopo il mesto Colorado e il tragico Sorci Verdi arriva il Boss dei Comici: neppure Cesare ha preso tante pugnalate tra le scapole come i telespettatori italiani.

L’unico termine tecnico disponibile per giudicare – astenendosi dall’enfasi e dalla gratuita drammatizzazione – l’ultima perla comica de La7 è: “una cagata pazzesca”. Controllate, c’è anche sul Devoto Oli. Ma andiamo per ordine. Per serietà, devo premettere a quanto segue che de “Il Boss dei Comici” ne ho visti i soli primi ventisei minuti. Ed è un’annotazione che è già in parte il cuore di questa, che più che una recensione è un vero e proprio necrologio. Ma – e lo dico a chi non si fosse sottoposto ad analoga prova – vi assicuro che vederne 26 minuti regala un impatto emotivo equivalente a un’attesa di un’ora e mezza all’Agenzia delle Entrate, e a 300 anni Klingon vissuti nel vuoto dello Spazio.

Né nascondo che questo mio giudizio tranchant mi procura più di un dispiacere. Il carrozzone che è andato così tragicamente a schiantarsi contro il muro granitico della decenza minima è infatti pieno di amici e di buoni, se non ottimi, professionisti della comicità nostrana. Ma non c’è verso. Non è questione di performer. Quale che sia l’alchimia necessaria a produrre un buono show, quest’ultimo non può saltar fuori se non si parte da un ingrediente minimo: un pochino di coraggio. Secondo ingrediente: un pizzico di talento autoriale, lasciato però libero di esprimersi. Terzo: un minimo di convinzione in tutti gli attori (autori, comici, produttori) coinvolti.

Lo spunto iniziale che ha originato il format non era neppure malaccio: un talent sulla comicità. Per carità, nulla da meritarsi il Nobel per l’intrattenimento televisivo, ma sempre meglio di niente. Senonché la parte che in un talent è sempre la più divertente, ovvero quella iniziale delle selezioni, in un talent sulla comicità poteva tramutarsi in un doloroso tallone d’Achille. Se un cantante è tremendo, al limite può fare anche ridere. Ma un comico che non fa ridere? … è solo tremendo. E allora gli autori, sembrerebbe, hanno optato – ancora con apprezzabile, quanto suicida, intuito – per non proporre un talent “vero”, ma la parodia di un talent vero e proprio.

il boss dei comici

Un’idea che, sulla carta, poteva anche funzionare, ma che nella realtà ha già azzoppato in partenza il format. Un vero talent, infatti, coinvolge perché regala allo spettatore il pathos del “fuori o dentro”. Ne “Il Boss dei Comici” tutto questo scompare. Il meccanismo che dovrebbe regolare il tutto, peraltro illustrato in maniera non chiarissima all’inizio del programma, appare un mero pretesto per quello che alla fine risulta un malcelato tentativo di fare Made in Sud 2. Un programma, quest’ultimo, che ha una sua dignità soprattutto nel fatto di essere unico. Dove “unico” sottolinea la non-pluralità e non l’originalità, per intenderci.

Affossata l’originalità, parliamo dell’atmosfera. Perché se fai ospitare uno show a Napoli, deve per forza trasformarsi in una cafonata senza senso? Lo studio strizza l’occhio – anzi, clona proprio – a quello di Made in Sud, così come il ritmo e le tremende siglette di apertura e chiusura.

Dulcis in fundo, gli interpreti. Aleggia in tutti gli interpreti, e soprattutto nel Boss di turno – uno spaesatissimo Tullio Solenghi – un malcelato senso di imbarazzo. Nessuno appare convinto di quello che sta facendo. Anche la boiata più pazzesca, proposta con il dovuto cipiglio, potrebbe convincere lo spettatore. Ma se tu per primo sembri rimuginare sulla meschinità del tuo destino, allora tutto frana.

Un vero talent, approcciato con serietà e filologia, avrebbe potuto funzionare. Forse. Ma il Boss dei Comici, a forza di ibridare formati su formati, è semplicemente uno stucchevole niente in cui i poveri “talented” (si fa per dire) sono semplicemente gettati senza paracadute in pasto al nostro sdegno.

Se il vuoto di Zelig viene riempito dal Colorado che abbiamo visto, dall’inaccettabile Sorci Verdi (perché, perché???) e da Il Boss dei Comici, allora… non è meglio un bel libro?

Carlo Amatetti

Author: Carlo Amatetti

Carlo Amatetti è l'editore di Sagoma, casa editrice specializzata in comicità e humour. Combatte da sempre per l'idea che anche la comicità debba entrare a buon diritto nell'ambito della cultura. Sorprendendosi che si debba ancora farlo...

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