INTERVISTA A ENRICO BERUSCHI, IL RAGIONIERE DELLA RISATA

 

Enrico Beruschi è un artista unico, ma anche un uomo amabile. Un pomeriggio in sua compagnia è un’esperienza istruttiva per chiunque ami la storia dello spettacolo: un vulcano di aneddoti, molti dei quali rarità mai udite prima. Da quarant’anni diverte il pubblico con la sua comicità. Ma c’è di più: Enrico ama il pubblico. Vuole bene alla gente, e questo forse è uno dei segreti per rimanere sulla breccia tanti anni. Questo signore dagli interessi poliedrici ha un insospettabile passato come dirigente aziendale. Da ragazzo studiava Economia e Commercio, e di recente la Cattolica lo ha omaggiato con una targa a un ‘Illustre non laureato dell’Ateneo’. Voleva buttarla sul ridere, ma non ce l’ha fatta: quella volta gli è proprio venuto da commuoversi.

A un certo momento della tua vita hai deciso di mollare un lavoro sicuro per buttarti anima e corpo nel cabaret.
Esatto. Ho lavorato per quindici anni come ragioniere presso la Galbussera, ed avevo raggiunto la posizione di vice-direttore commerciale. Siamo nel ’72. Avevo già cominciato a esibirmi al Derby, la mia carriera come comico piano piano decollava. A quel punto ho sentito che potevo abbandonare la Galbussera. Col senno di poi, posso dire che sarei diventato un alto dirigente. Ma non ho rimpianti.

Quali erano i comici del Derby che apprezzavi di più?
Mi piaceva moltissimo Felice Andreasi: aveva una mimica straordinaria ed era il maestro della comicità dell’assurdo. Poi conoscevo da sempre  Cochi e Renato, abbiamo diviso anche i banchi di scuola. Ci chiamavano ‘i facinorosi del Cattaneo’, questo per capire che razza di scalmanati che eravamo. Però forse il migliore di tutti, mai citato, era proprio il proprietario del Derby Gianni Bongiovanni. Una vera sagoma! È un peccato che siano rimasti pochissimi filmati di spettacoli del locale: hanno fatto un cofanetto, ma purtroppo è stato mal distribuito.

Felice Andreasi

Felice Andreasi

Quando partecipi alle serate c’è sempre qualcuno che ti chiede di ripetere la battuta Orologiao-ao-ao, dallo sketch del Drive in in cui prendevate in giro le telenovele sudamericane
Sì, i giovani dai trent’anni in su hanno un ricordo nitido della mia esperienza al Drive in . Di recente ho incontrato Fabio Volo e mi ha ricordato che da ragazzino ci incontravamo nella spiaggia di Portisco, in Sardegna. Quando c’era da rimorchiare qualche ragazza, lui e i suoi amici ricorrevano al mio aiuto.  Per le quindicenni di allora ero un mito, quindi il fatto di conoscermi gli dava delle chances in più per conquistarle.

Parliamo delle ragazze fast food. Antonio Ricci dice che erano così esagerate nelle forme che la suora di Faletti alla fine risultava più sexy
Con Antonio abbiamo in comune il gusto dell’iperbole, del paradosso. Chiaro che erano delle bellissime ragazze, ma posso dirti che da quel punto di vista l’ambiente del Drive in era molto serio. Tra l’altro, contrariamente alle apparenze, erano ragazze con la testa sulle spalle. E difatti molte di loro hanno fatto strada nella vita, anche al di fuori dell’ambiente dello spettacolo.

Come è nato Drive in?
Drive in è una costola di Tutto compreso, programma che andò in onda in Rai nell’ ’81. Oltre a me tra i protagonisti c’era un giovanissimo Ezio Greggio. Posso dire che l’ho scoperto io, e ancora oggi difatti provo nei suoi confronti un amore filiale. Drive in ebbe il successo che ha avuto per due motivi. In genere si dice che rappresentava l’estetica della televisione commerciale appena nata, ed è verissimo. Ma è altrettanto vero che noi tutti che abbiamo contribuito a creare il programma venivamo da esperienze non esaltanti dal punto di vista professionale. Sia io che D’angelo, Ricci e il regista Nicotra abbiamo vissuto Drive in come l’occasione di un riscatto personale. Ce l’abbiamo messa tutta, e il risultato è che a trent’anni di distanza siamo ancora qui a parlarne. Mi piace ricordare poi un grande autore come Beppe Recchia: è lui che ha portato una ventata di novità dentro il programma. Fu lui a inventare le ragazze fast-food.

Drive In

Drive In

Raccontaci l’incontro con Berlusconi
Una giornata particolare. Poco prima avevo incontrato Liza Minnelli al Nuovo: Walter Chiari gli aveva parlato benissimo di me e mi aveva riempito di abbracci. Quindi tu capisci, uno riceve tutte queste attenzioni della Minnelli, poteva bastare questo per andarmene a letto felice. E invece di lì a poco altra sorpresa: incontro Berlusconi che mi fa: “Ohè Enrico, hai visto che ho messo su un nuovo canale? Cosa aspetti ad essere dei nostri?”. Non me lo son fatto ripetere due volte. C’era l’entusiasmo da parte mia di cominciare una nuova avventura professionale. E poi, sarebbe ipocrita negarlo, il Cavaliere mi offriva un compenso cinque volte maggiore rispetto alla Rai.

Gli inizi della tua carriera televisiva sono legati a Beppe Grillo e Antonio Ricci. Sono cambiati negli anni?
Beppe Grillo è cambiato tantissimo. Anche se nella violenza  con cui si esprime adesso riconosco qualcosa della sua antica verve comica. Ricci è rimasto lo stesso: gli è sempre piaciuto proporre nei suoi programmi un modello di donna appariscente, ma lo ha sempre fatto con spirito di gioco. Infatti trovo veramente assurde tutte le polemiche attorno alle Veline. Soltanto i falsi moralisti se la prendono, le loro argomentazioni non stanno né in cielo né in terra.

Parliamo del grande regista Enzo Trapani, con cui hai avuto i primi successi televisivi. Che tipo era?
Era un genio. E come tutti i geni, aveva un carattere difficile. Con Trapani feci Non stop, che è il primo varietà moderno della storia della TV. A ripensarci oggi vien da ridere, ma i dirigenti non credevano alla forza innovativa di questo programma. Trapani veniva da una serie di insuccessi, mentre noi comici eravamo alle prime armi. Così, i dirigenti Rai pensarono bene di metterci in castigo: andavamo in onda a Torino, sede periferica dell’azienda, con una scenografia poverissima. Smentimmo alla grande le diffidenze dei dirigenti: Non stop fu un enorme successo.

Quali sono al momento i comici migliori sulla piazza?
Mi piacciono molto Aldo, Giovanni e Giacomo, li ho conosciuti proprio agli esordi. Una volta mi trovavo a Forlì con mia figlia. Allora era una ragazzina, quando li vide al tavolo si emozionò. Ed erano agli inizi: quindi hanno avuto questa capacità di far breccia sui giovani da subito. Mi entusiasmano meno i comici al servizio della propaganda politica. I nomi li conosciamo tutti, quindi è inutile elencarli.

Qual è il consiglio che dai ai giovani comici?
Ai giovani cabarettisti regalo un doppio CD con le esibizioni di Walter Valdi, un bravissimo cabarettista che oggi in pochi ricordano. Spesso mi accorgo della loro impreparazione, e della fretta che hanno di arrivare subito in TV. Quindi il primo consiglio è ‘pensate di avere qualcosa da dire, non a sfondare subito’.

Con Margherita Fumero vi frequentate ancora?
Con Margherita c’è un’amicizia indissolubile. Ci siamo conosciuti a teatro nel ’79 e da allora è scattato un feeling speciale. Le ho dato una mano in alcuni momenti difficili della sua vita, esattamente come si fa tra buoni amici.

Tuo figlio è il fondatore e cantante del gruppo Death Metal dei Faust. Tu che ami la lirica, e sei stato un brillante regista e co-protagonista di classici della lirica, hai accettato la sua scelta artistica?
C’è un’antica tradizione di famiglia per cui bisogna consentire ai figli di fare le proprie scelte in autonomia. Mio padre, quando mi feci crescere la barba a diciassette anni non ebbe niente da ridire. In tanti gli dicevano: ‘Ma come, lasci tuo figlio così trascurato?’. Lui non si curava dell’opinione della gente. Ho ereditato questa buona abitudine da mio padre.

Author: Francesco Mattana

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