INTERVISTA A MAURIZIO NICHETTI

 

L’intervista di Sagoma Comedy a Maurizio Nichetti

Maurizio Nichetti è una mosca bianca nella comicità italiana. Troppo surreale e raffinato per conquistare il pubblico da cinepanettone, ma troppo assurdo e divertente per passare inosservato. Pellicole come Ratataplan, Volere Volare e Ladri di Saponette si dimenticano difficilmente, anche se sono passati più di vent’anni. Oggi si divide fra televisione e teatro, con il nuovo spettacolo La Verità pronto al debutto. Ma il “neorealismo fantastico” non lo abbandona mai.

D:
Chi è Maurizio Nichetti? Come lo inquadri nel 2011?

R: Per fortuna non lo inquadro ancora. Il bello della vita è che ogni periodo ti mette di fronte a delle ripartenze, a delle nuove avventure e a una reinvenzione di quello che si è fatto in precedenza. Ho cominciato tanti anni fa a teatro, con il mimo, e posso dire di non aver mai seguito una strada unica; ho attraversato tante tipologie diverse di spettacolo sempre rimanendo nell’ambito della comicità, dal cartone animato al vero, dal cortometraggio al lungometraggio, dalla regia all’interpretazione. Questo continuo cambiare e ripartire da un punto nuovo è servito a darmi l’impressione di non aver ancora definito a fondo una tipologia di carriera che tutto sommato spero continui a essere in movimento come lo è stata finora.

D: Possiamo definirti “artista a tutto tondo”?

R: Beh, insomma, sto cercando di dimagrire ma sono comunque pericolosamente vicino al “tutto tondo”.

D: Nel corso della tua carriera sei stato anche premiato a Montrèal e Mosca, creandoti intorno un alone di attore e regista “poco italiano”.

R: Ma guarda, ho effettivamente vinto più premi all’estero che in Italia. La cosa strana, è che venivo premiato in quanto tipicamente italiano. Il fatto che nel nostro paese io non venga percepito tale è perchè non frequento la commedia italiana. La mia non è una comicità parlata, dialettale, ma punta molto di più sul piano visivo, navigando in un territorio che in Italia è poco esplorato. C’è stato Totò, e forse adesso anche Aldo, Giovanni e Giacomo si avventurano per certi versi in un tipo di comicità che punta sull’aspetto visivo. Ma diciamo che non c’è una tradizione forte e consolidata, e in questo senso non mi considero italiano. Mi è piaciuta molto la definizione che un critico canadese ha associato al mio stile: “neorealismo fantastico“. In Italia nessuno avrebbe mai pensato a un’etichetta del genere, perchè quando si parla di neorealismo si pensa immediatamente alla tragedia, al bianco e nero, al dopoguerra. Invece mi sembra molto bello questo termine, perchè i miei film parlano di piccole realtà di tutti i giorni, in maniera fantastica.

D: In effetti però è abbstanza evidente questa discrepanza fra la percezione italiana e quella internazionale. Anche nel film della Coppola, Somewhere, eri presente in veste di personaggio tipicamente italiano.

R: Beh, io mi sento totalmente italiano. Penso solamente che il cinema italiano non abbia valorizzato a sufficienza il filone fantastico e surreale. Diciamo che questo però non è un mio handicap, ma del mercato. Io son contento di farlo, anche se rimango in qualche modo una mosca bianca e vengo considerato sempre un autore eccentrico. E poi ho comunque le mie soddisfazioni, nel senso che film come Ratataplan o Volere Volare sono stati dei grandi successi in tutta Italia e all’estero.

D: E gli incassi son stati di gran lunga superiori agli investimenti…

R: Assolutamente, anche perchè ho sempre scelto di girare film con dei budget molto bassi, e mi ha sempre dato grandi soddisfazioni, anche se negli ultimi anni è più difficile fare cinema per via del meccanismo generale distributivo che privilegia il blockbuster televisivo e i film promossi dalla televisione e diffusi nelle sale in cinquecento o più copie. Si investe solamente sui successi annunciati, insomma. Ratataplan era uscito in una sola copia ed era rimasto sei mesi al Mignon di Milano, una cosa impossibile ai giorni d’oggi, con le sale che tolgono le pellicole dopo appena tre settimane. Non c’è più il tempo per il passaparola, e solo la grande distribuzione garantisce il successo. Non appartenendo a lobby politiche e intellettuali che mi permettono una distribuzione su così ampia scala, mi viene quindi difficile pensare a una nuova avventura cinematografica.

D: Hai sperimentato tutti i mezzi di espressione e attraversato trent’anni abbondanti di spettacolo. Se dovessi tracciare una storia dell’evoluzione della commedia in Italia, che ritratto ne uscirebbe?

R: È cambiato il modo di ridere. Oggi si ride per il casuale, il rubato, il fortuito, la Candid Camera. Una gag costruita con mestiere è più difficile del filmato di un bambino che ride in modo buffo. Ma questo è un dato di fatto: i video più cliccati su Youtube sono quelli di tipo amatoriale e registrati per caso o quasi. In questo scenario diventa difficile fare il comico, inventare uno sketch o una battuta. Ma è anche vero che tramite il teatro mi sono molto divertito tentando di risalire all’origine della creazione: ad esempio mi sono cimentato con delle operette, e prima di metterle in scena ho cercato di capire perchè la gente, nell’epoca in cui l’opera era stata creata, si divertiva con quel tipo di rappresentazione.

D: A proposito, tu hai sempre avuto una sorta di approccio scientifico alla comicità. So che per Ratataplan avevate anche fatto degli studi che mettevano in relazione la provenienza geografica del pubblico con la reazione alle diverse scene.

R: Sì, più che altro era una ricerca voluta dal produttore. La scoperta era che i picchi di risata cambiavano di regione in regione e di nazione in nazione: nel Sud dell’Italia avevano presa le stesse scene che conquistavano gli spettatori del Sud Europa, e il meccanismo funzionava in maniera analoga anche per il Nord. La scoperta è interessante, perchè significa che accontentare l’intera Italia vuol dire poter soddisfare i gusti di tutta l’Europa. Invece si cerca di accontentare una sola regione del pubblico, con una comicità dialettale che sorpassa i confini regionali grazie all’immigrazione diffusa su tutto il territorio. Ma se si cercasse un linguaggio al di sopra del regionalismo, cosa assolutamente fattibile, si produrrebbero film internazionali. È tra l’altro il meccanismo che determina il successo dei film americani, che nel momento in cui riescono ad accontentare New York come Los Angeles hanno gli ingredienti per conquistare anche il resto del mondo.

D: Qual’è secondo te il significato ci “comicità”?

R: Io lo intendo come il lavorare onestamente per far sorridere la gente attraverso una gag o una sorpresa che faccia anche riflettere su qualcosa. Ad esempio La Verità, lo spettacolo teatrale scritto da Florian Zeller che metto in scena in Italia a partire dall’11 ottobre, è una commedia che parla di realtà di tutti i giorni, vita matrimoniale e famigliare, tradimenti e in generale temi un po’ scontati. Ma attraverso vari meccanismi sorprendenti e processi logici, si arriva alla fine della commedia a ridere di quello che non si immaginava, con la vittima che diventa colpevole e il colpevole che diventa vittima. In pratica si cerca di stimolare il pubblico a riflettere su come non si debba vivere di luoghi comuni e certezze scontate, perchè la vita è più sorprendente di quanto si possa immaginare, e la risata nasce da una sorpresa oppure, parafrasando Stanlio e Ollio, da qualcosa che ti aspetti perchè è già accaduto due volte.

D: Da questo punto di vista, il teatro può avere un potenziale maggiore rispetto al cinema o alla Tv?

R: È un altro linguaggio. Non ha lo stesso ritorno d’immagine della televisione, e lavora su un canale diverso rispetto al cinema, che invece lotta disperatamente contro la Rete. Il teatro è per addetti ai lavori, ha un fascino speciale sia per chi lo fa che per chi lo va a vedere. Poi ovviamente ha i suoi contro, tipo che con una sola telepromozione in Tv guadagni più che nel corso di un’intera carriera teatrale!

D: Dove ti vedremo in futuro?

R: Sto lavorando molto su me stesso come uomo. Qualsiasi cosa farò sarà un passo in più nel mio percorso evolutivo.

D: Per riuscire a diventare “a tutto tondo”…

R: Esatto, arrivare a essere un artista a tutto tondo senza avere problemi di linea!

Carlo Amatetti

Author: Carlo Amatetti

Carlo Amatetti è l'editore di Sagoma, casa editrice specializzata in comicità e humour. Combatte da sempre per l'idea che anche la comicità debba entrare a buon diritto nell'ambito della cultura. Sorprendendosi che si debba ancora farlo...

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