Moschin, l’ultimo degli zingari

2017 nefasto: Gastone Moschin se n’è andato ieri, all’età di 88 anni.
Se n’è andato l’ultimo degli zingari.

Cominciamo subito col dire che il dispiacere è doppio: il primo è ovviamente la perdita di un grandissimo attore totale, che ha spaziato fra commedia e dramma nel teatro, cinema e televisione; il secondo è più una riflessione amara perché Moschin ha dato al cinema più di quello che ha ricevuto, e sottovalutato più dai produttori che dalla critica, bisogna ammettere che gli è stata tolta l’occasione di essere un protagonista assoluto, salvo eccezioni che ricorderemo. L’unica certezza è che spesso ha centrato il personaggio, pur se da caratterista, e che come pochi attori della sua generazione – primo nome che mi viene in mente? Mario Adorf – la sua presenza garantiva un cinema di qualità. In due parole: con lui, non si sbagliava mai.

Vero, rimarrà nella memoria collettiva il personaggio dell’architetto Melandri, l’amico “zingaro” degli “Amici miei” (1975) di Mario Monicelli, assieme a Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Dullio Del Prete (poi sostituito da Renzo Montagnani) e Adolfo Celi. Di tutti loro, Moschin interpreta il personaggio più romantico ed elegante, ma anche capace di sofferte ribellioni morali.
Verissimo, altro personaggio straordinario era il ragionier Osvaldo Bisigato del film “Signore & Signori” (1966) di Pietro Germi, un altro inguaribile romantico che soffre per una moglie oppressiva e tenta la svolta scappando con una bella cassiera (interpretata da Virna Lisi: avremmo potuto biasimarlo?).

Sono i due ruoli che gli hanno dato l’immortalità. Ma Moschin è stato anche altro, e il suo contributo alla commedia è stato davvero fondamentale.

Nato a San Giovanni Lupatoto (VR) nel 1929, si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica negli anni Cinquanta, ed a seguire lavorò nel Teatro Stabile di Genova ed al Piccolo Teatro di Milano. La prima commedia che interpreta è accanto a Nino Manfredi ne “L’audace colpo dei soliti ignoti” (1959), seguito sempre con Nino nel film “Gli anni ruggenti” (1962), di Zampa, “La rimpatriata” (1963), “La visita” (1963), è poi Adolf, il tedesco del film “Sette uomini d’oro” (1965), grande successo al botteghino, il già citato “Signore & Signori” di Germi, “Italian Secret Service” (1968) di Luigi Comencini, “Sissignore” di e con Ugo Tognazzi, “Dove vai tutta nuda?” (1969), di Pasquale Festa Campanile. Negli anni ’70 dimostra una poliedricità unica, passando a ruoli comici come il Melandri di “Amici miei” ma anche a volti drammatici e spietati come Ugo Piazza dal film “Milano calibro 9” (1972), di Fernando Di Leo, Filippo Turati ne “Il delitto Matteotti”, di Vancini, persino Francis Ford Coppola lo chiama per il ruolo di Don Fanucci ne “Il padrino – Parte II” (1974), o il celebre ruolo del Marsigliese nel film “Squadra volante”, di Stelvio Massi.

Che interpretasse una vittima o il carnefice, Moschin riusciva ad essere un grande, senza invidiare agli altri grandi, ma da protagonista aveva bisogno di una storia adatta alla sua figura, e non sempre è andata bene. Ne “La moglie giapponese”, di Gian Luigi Polidoro, lo serve Rodolfo Sonego per un copione pensato per Alberto Sordi, mentre in “Don Camillo e i giovani d’oggi” (1972), di Comencini, rimpiazza il compianto Fernandel, dove è indubbia la bravura ma incerta la riuscita.

Nei lavori collettivi, invece, spiccava totalmente: fu ottimo in due film di Michele Lupo, “Sette volte sette” (1969), e “Concerto per pistola solista” (1970), che danno l’impressione che Moschin doveva essere una presenza fissa fra indagini e rapine organizzate in grande stile che finiscono bene, ma non benissimo (come dimostra la saga dei Sette uomini d’oro).

Una carriera lunga che passò anche in televisione e alternata con il teatro, e il contributo alla commedia si è allentato con gli anni. Quando gli è stato chiesto se in Italia oggi non si può più ridere, ha risposto: “Un po’ meno. Non mi sembra più un Paese per le zingarate mentre di supercazzole ne vedo ancora tante, ma quelle ci sono sempre state”.

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