MUORE PAOLO POLI, GIGANTE DEL TEATRO

Paolo Poli ci ha lasciato. Classe 1929, aveva 87 anni, e come lui stesso amava citare Zeffirelli, prima o poi capita a tutti di morire: “Sotto a chi tocca”.

Al di là della sua grandezza, potrebbe sembrare fuori posto un nome come il suo nei ricordi dei grandi comici, ma Poli non fu un comico puro, bensì un attore brillante vestito di humour nero, battute spiazzanti e la tecnica del travestitismo, di cui fece un linguaggio da usare per gli spettacoli teatrali.

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Non fu comico, ma rileggendo la sua carriera salta all’occhio il fatto che fu di passaggio in uno dei primissimi locali di cabaret che nacquero a Milano, il “Cab ‘64”, a Via Santa Sofia, ben prima del Derby Club Cabaret, dove Maria Monti, Bruno Lauzi, Cochi e Renato o Felice Andreasi, per citarne alcuni, avrebbero tentato disperatamente di divertire più in là nel tempo poche decine di spettatori alla volta.

Come lui specificò in una intervista, Poli fece “cabaret di lusso”. Ma quando approdò a Milano per il cabaret, lui era già famoso grazie a una “Canzonissima” in coppia con Sandra Mondaini datata 1961. Racconta Cochi Ponzoni che quando lui e Renato Pozzetto andarono al Derby, il Cab ’64 continuò la sua attività finché venne chiuso perché Poli rappresentò lo spettacolo sulla Santa, la Rita Da Cascia che scatenò le polemiche sessantottine della DC e accusò l’attore di vilipendio alla religione perché definito dissacratorio e volgare.

Lo spettacolo sulla Santa potrebbe racchiudere una parte dello stile di Paolo Poli, interprete del ruolo principale, provocatorio e – sì! – dissacrante ma semplicemente straordinario; all’epoca scoppiò un putiferio, e puntuale Oscar Luigi Scalfaro fece una interrogazione parlamentare sul caso.
Ma Poli non fu censurato: gli chiusero semplicemente il teatro. “Perché ero un uomo e facevo la santa. Un maschio vestito da suora era inaccettabile, anche se la gente rideva”. Ma Poli non era volgare: era semplicemente anticonformista, un’artista puro e elegante che al teatro dedicò una vita intera.

Nato a Firenze, figlio di un carabiniere e di una maestra, portò in palcoscenico spettacoli d’avanguardia pura, spesso travestendosi e anticipando tendenze e costumi che sarebbero venuti decenni dopo: questo perché Poli, sarcastico e acutissimo attore e autore, era una delle personalità del nostro spettacolo più grandi, fu uno dei primi artisti a non nascondere la propria omosessualità («Da bambino quando giocavo con le mie sorelle mi facevano sempre fare il principe. E io dicevo loro: “Fatemi fare la strega, voglio fare la strega”») e questa sua libertà di pensiero ne ha fatto un personaggio straordinario, come pochi ne nascono in un secolo. E alla luce del sole di quei tempi mica era facile essere se stessi (le sue recenti dichiarazioni su Alberto Sordi“Odiosa persona. Omofobo. Dava la mano molle e guardava dall’altra parte” – la dicono lunga sul rapporto con i colleghi). Forse Poli al genere en travesti diede coraggio di riprendere la sua corsa, e non a caso uno dei suoi allievi fu Arturo Brachetti, numero uno oggi del travestitismo e del trasformismo.
La carriera di Poli è stata lunghissima, cominciata alla fine degli anni Cinquanta e continuata per mezzo secolo. Inutile ripetersi qui, in queste ore successive alla sua dipartita troverete articoli ovunque che ve la ripeteranno come a scuola, con la maestrina che annuisce.

Pochi però hanno ricordato che fece poco ma buon cinematografo. Ad esempio nel film Le braghe del padrone (1978, regia di Flavio Mogherini), interpreta il fatuo ed elegante Diavolo che offre a Enrico Montesano il suo aiuto per una ripidissima scalata sociale.

Amavo personalmente leggere le sue interviste, piene di colte citazioni e schiette risposte. Emblematica quella alla domanda se avesse mai pensato al matrimonio. Mai. Mentre i Promessi Sposi iniziano con il fidanzamento e finiscono con il matrimonio, Madame Bovary comincia con il matrimonio e si conclude con l’arsenico. Molto meglio”.

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