QUO VADO?

 

Comicità che fa bene il suo mestiere e diverte senza complessi d’inferiorità, con l’ambizione questa volta di alzare il tiro… obiettivo non proprio centrato.

Titolo or.: – Regia: Gennaro Nunziante. Interpreti: Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Maurizio Micheli, Ludovica Modugno. Genere: commedia. Durata: 86 min. Nazione, anno: ITA, 2016. Uscita: 1° gennaio 2016.

QUO VADO? – SINOSSI E RECENSIONE

QUO VADO? – SINOSSI

Il Tamarro Checco questa volta in “Quo vado?” è un appassionato e strenuo difensore dell italico “posto fisso”, di cui sente il richiamo fin da bambino: come dice lui stesso, è un predestinato. Raggiunto l’obiettivo grazie alla solita raccomandazione (quella del “senatore” Lino Banfi in un bel cammeo), dopo anni e anni di onorato non-lavoro nell’ ufficio provinciale Caccia e Pesca e di dorata, pacifica vita a carico dei genitori, ecco che arriva improvvisamente la mobilità renziana.
E allora sono dolori: Checco sarà costretto a ingaggiare una lotta senza esclusioni di colpi con l’algida, terribile funzionaria governativa che ha il compito di metterlo in liquidazione (Sonia Bergamasco, semplicemente perfetta) e che per punirlo del suo attaccamento patologico al posto di lavoro lo spedisce di volta in volta verso destinazioni sempre più improbabili, dalla Val di Susa alla Sardegna, da Lampedusa fino addirittura al Polo Nord.
Fra i ghiacci e gli orsi bianchi, proprio quando sembra vicina la resa, il nostro eroe conoscerà Valeria, una ricercatrice della base artica, e se ne innamorerà, andando a vivere in Norvegia, modificando le certezze della sua italianità ruspante fino all’happy end conclusivo.
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QUO VADO? – VI DICIAMO LA NOSTRA

“Zalone sì, Zalone no”, forse avrebbe cantato Elio: mentre la “terra dei cachi” si divide su social network e agorà mediatiche per spiegare il successo stratosferico di Luca Medici in arte Checco Zalone, il film, insensibile a tutto il chiacchiericcio, o forse, chissà, spinto anche da questo, continua la sua marcia trionfale al botteghino.

Giunta al quarto film, la maschera del terrone, del Ruzante post-moderno, non perde la sua forza, arriva diretta, buca lo schermo, e il gioco dell’ignorante che “ignora”, appunto, regole e convenzioni del politically correct e le distrugge funziona ancora; Zalone è una vera e propria macchina da gag che, a parte qualche concessione alla battuta più facile e alla coloritura trash-televisiva, si affida quasi esclusivamente alla situazione, con dei bei picchi: per esempio a Lampedusa vengono accolti solo gli immigrati che sanno giocare a pallone. Questo rimane il suo punto di forza; meno riuscito appare il tentativo di alzare il tiro, costruire una storia e di leggere il paese attraverso la lente satirica della “commedia all’italiana” e dei suoi inarrivabili modelli. Modelli che vengono reinterpretati sul filo di una bonarietà innocua perdendo ogni possibilità di retrogusto amaro, cattivo, violento, grottesco perché Zalone non è Sordi né Manfredi (che in “Pane e cioccolata”, come fa Checco in Norvegia, si tingeva di biondo per essere più crucco) e il suo sodale artistico Gennaro Nunziante non è Dino Risi, sono altri italiani e il paese che raccontano è un’altra Italia, sempre più “Italietta” e meno Bel Paese. Un paese fermo, immobile, prigioniero dei suoi stereotipi e del posto fisso, della Mafia e della Mamma, così vecchio che l’unica, vera, novità diventa il ritorno di Al Bano e Romina a Sanremo. E senza cattiveria (che invece il Checco-televisivo diffonde a piene mani nelle parodie di cantanti e quant’altro), fra un buffetto e l’altro, poi arrivano inevitabilmente buonismo e buoni sentimenti.

Incompiuto ancora come autore-attore, tradito dalla sua, legittima, voglia di crescere artisticamente, Zalone non viene tradito però dagli incassi straordinari che non possono spiegarsi solo con una promozione massiccia, una distribuzione ancora più massiccia e praticamente l’assenza di concorrenza: troppo vecchi De Sica e Ghini, troppo nuovi Lillo e Greg per resistere all’ impatto con “Quo vado?”. Come in “Sole a catinelle” in quell’ora e mezza veloce, leggera, facile facile, c’è una capacità di sintonizzarsi con il pubblico e una sottotraccia catartica che miracolosamente mette d’accordo tutto e tutti (con grande “intelligenza politica” come dice Mario Sesti su “Huffington Post”): il capofamiglia che porta moglie e figli al cinema durante le feste e che vuole farsi “quattro risate”, ma anche l’intellettuale pensante o l’hipster, rivive sé stesso e la sua italianità peggiore, si riconosce ridendo e ridendo si autoassolve; e anzi si consola perché alla fine ha la conferma che abbiamo un grande cuore, sappiamo sempre rimboccarci le maniche e anche quest’ epoca triste prima o poi finirà. Anche perché, in fin dei conti, i popoli cosiddetti civili saranno anche più evoluti ma alla fine non sono poi così migliori di noi: in Norvegia sono depressi e si suicidano, sono rigidi e privi di fantasia, soprattutto, orrore imperdonabile, non sanno cucinare la pasta.

Insomma, la comicità “lava” la coscienza dell’italiano e perdonandogli i suoi peccati lo restituisce all’uscita del cinema bello pulito e pronto a reimmergersi in tutti i suoi difetti. Come quello di sentenziare e litigare per un comico ricco e di (grandissimo) successo a cui probabilmente non importa niente di tutte le chiacchiere e si starà godendo i suoi incassi. A lui il posto fisso sicuramente non serve più.

Max Morini

Author: Max Morini

Max Morini è la metà artistica dei Morinibros, coppia romana di autori comici-satirici, direttori dell’ Accademia del Comico Roma. Dopo vent’anni alle prese con la “sua” comicità non ha perso ancora il vizio di parlare della comicità degli altri e scrivere recensioni.

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