Andy è in partenza per il college, e i suoi vecchi giocattoli, ormai inutilizzati, finiscono in uno scatolone . Per un malinteso, il pacco viene recapitato all'asilo Sunnyside Daycare e Woody e compari si ritrovano fra le mani appiccicose di decine di ragazzini. Inizia così il piano di evasione per ricongiungersi all'affezionato padrone. Ma Sunnyside si rivela una vera e propria prigione sorvegliata da una schiera di giocattoli delusi, e la fuga diventa tutt'altro che facile.
La notizia di un nuovo sequel lascia quasi sempre presagire il peggio. La filmografia è piena di capolavori “infangati” da seguiti poco dignitosi, per usare un eufemismo, quindi i timori sulla carta sono più che giustificati. Ma dopo i primi minuti di Toy Story 3 – La Grande Fuga ogni paura viene spazzata via, e rapidamente ci si rende conto di essere di fronte a quello che probabilmente è il miglior capitolo della saga. Non si tratta di una semplice questione tecnica: certo dal 1995 a oggi la Pixar ha fatto passi da gigante, e se il primo Toy Story aveva un sapore pioneristico quello che è ora nelle sale porta i segni di 15 anni di esperienza nella computer grafica, resa ancora più accattivante dall'introduzione del 3D. Ma alla fine è la storia a divertire, come è giusto che sia, un piccolo viaggio che riesce a commuovere e a far crescere un po', nella migliore tradizione Disney. Non una favoletta riciclata di arzilli burattini, ma un vero e proprio road movie con al centro un'esperienza formativa che vede i protagonisti prendere coscienza del loro ruolo. L'arte audiovisiva raggiunge con questo lavoro i massimi livelli, e il termine "recitazione", applicato a dei personaggi creati artificialmente al computer, non suona poi così male. La Pixar colpisce ancora.
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