
Sophie, aspirante scrittrice americana in vacanza in Italia insieme al fidanzato chef, si dedica a visitare le bellezze locali per sopperire all'assenza del compagno, troppo impegnato in degustazioni varie. Nella casa di Giulietta, a Verona, trova una lettera di una certa Claire, turista in cerca di un'antica fiamma incontrata in Italia. Sophie si metterà così alla ricerca dell'amore perduto di una sconosciuta.
Cominciamo dai pregi, che per i difetti c'è sempre tempo: Letters to Juliet è una bella cartolina dell'Italia. Verona sembra una bomboniera e la Toscana pare essersi fermata a qualche secolo fa, con un eccesso di verde e l'assenza di strade asfaltate. Ovviamente non mancano le delizie enogastronomiche, e tutto è condito con litri di buon vino e tonnellate di cibo. Ok, sarà un'immagine un po' surreale, che rasenta il ridicolo, ma del resto si tratta di cinema made in USA e il risultato è pur sempre meglio del solito stereotipo “pizza, pasta e mandolino”. E poi, considerando gli incassi che sta facendo la pellicola, si possono immaginare albergatori toscani e veneti nell'atto di sfregarsi le mani pensando alla prossima stagione turistica.
Detto questo, passiamo ai lati negativi: il film di Gary Winick, che voleva essere una commedia brillante, è in realtà una slavata commediola romantica che commette l'errore di prendersi troppo sul serio, con il risultato di risultare scontata e troppo melensa, ai limiti della nausea. I dialoghi sono quasi inesistenti e la presenza nel cast di Vanessa Redgrave e Franco Nero non è sufficiente a risollevare le sorti di un prodotto né carne né pesce che non riesce a strappare sorrisi né mutande.