
Barbara è un'attricetta coinvolta da una relazione d'amore clandestina con il regista dello spettacolo che sta preparando. Disillusa e ricca di fantasia parla e vede vivere le quattro statue che fanno quinta al teatro (il munaciello, la lavandaia, lo scugnizzo e il poeta). Decisa a vendicarsi del suo amante, prova ad avvelenarlo. In quel momento irrompe in scena Gustavo, che con l'aiuto delle statue parlanti, proverà a conquistare il cuore tradito della bella attrice.
Salemme spacca, spacca Salemme. Sembra uno scioglilingua, ma in realtà è come si sente lo spettatore dopo aver visto l'ultimo spettacolo di Vincenzo Salemme: spaccato dalle risate per le sue performance da mattatore, e dall'irritazione per una messa in scena letteralmente pietosa. L'attore napoletano pecca di protagonismo, sviluppa la regia e la drammaturgia col solo fine di esaltarsi. Di conseguenza il cast che gli fa da contorno ne paga lo scotto.
Le statue viventi rappresentano la coscienza della co-protagonista Barbara e attraverso le canzoni diventa una sorta di coro greco: il cantato è un mix di neo-melodico intriso di luoghi comuni napoletani, come o' caffè, i friarielli, o' capitone fritto e o' baccalà. Stupisce l'assenza di pizza, sole & mandolino. Barbara (Benedetta Valanzano) recita, canta e balla come se fosse Valeria Marini al Bagaglino (non è un complimento), Maurizio Aiello e gli altri sono impostatati sui canoni della macchietta napoletana e della guapparia (ma basta!). L'unico a spiccare è Nicola Acunzo (statua del munaciello) che costruisce un personaggio con fisicità e linguaggio originali, che non scade nelle macchiette eterne della farsa napoletana, e non solo perché parla in calabrese.
Su questo sfondo trionfa Salemme. Il ché è un bene, ma anche un male: un bene perché le sue gag sono divertentissime, trascinanti; indimenticabile è l'entrata in scena nei panni di un improbabile pony express-babbo natale alle prese con le consegne e un registratore da 15 chili; un male perché per far esaltare la sua verve comica pone in secondo piano gli attori e la storia. Al punto che la commedia all'inizio del secondo atto si interrompe e Salemme inizia a dialogare col pubblico, improvvisando e coinvolgendo, ma spezzando ulteriormente il ritmo di una commedia che stenta a decollare. Risate con la pala, ma se Salemme desiderava avere tutto il pubblico per sé, sarebbe stato meglio se avesse interpretato un cabarettista solitario. Magari, tanto per citarlo, non avrebbe fatto "a pezzi il teatro", e soprattutto la sua compagnia.