SIAMO TUTTI TERRIBILMENTE DIVERTENTI LÀ FUORI

Sarà che cambia tutto e si fatica a stare dietro alle cose. Ma un giorno ci guardiamo intorno e una generazione di comici è scomparsa in silenzio… I due poli della comicità anni Novanta, con una coda nel primo decennio del nuovo secolo, quelli che per semplicità sono riconducibili alla Gialappa’s Band e alla Raidue di Freccero, sono spariti dalla TV. Una generazione di comici nata tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta, dopo aver definito gli standard della risata e aver formato il gusto per l’ironia di alcune generazioni di italiani, ha smesso di far ridere con cadenza settimanale e si è rintanata a teatro o, quando va bene, al cinema. Alcuni esempi: Aldo (’58), Giovanni (’57) e Giacomo (‘56), Raul Cremona (’56), Claudio Bisio (’57), Gioele Dix (’56), Francesco Paolantoni (’56), Bebo Storti (’56), Ugo Dighero (’59), Natalino Balasso (’60), Daniele Luttazzi (’61), Michele Foresta (’61), Antonio Albanese (’64), Corrado Guzzanti (’65), Neri Marcoré (’66). Gli spazi di palinsesto dove si esibivano sono anch’essi scomparsi, difficile stabilire se sia arrivata prima la fine delle seconde serate o la loro. Alcuni sono stati bruciati dalla troppa esposizione, altri per un esaurimento della vena creativa, altri ancora dai tempi eccessivamente stressanti che la TV impone al repertorio comico. Lo stesso Checco Zalone evita il più possibile di fare TV perché logora: quanto durerebbe la sua popolarità se dovesse scrivere materiale nuovo ogni settimana? Al momento l’unico in grado di farlo e di reggere, a quanto pare, è Maurizio Crozza. In molti nel settore danno la colpa del ricambio generazionale mancato al cabaret televisivo, reo di aver distrutto con le sue reti a strascico l’ambiente nel quale nascono giovani comici, ma non basta. L’ambizione di questo numero di Link è capire cosa è successo e cosa c’è di nuovo in giro.

Uno degli spazi in cui oggi si sperimentano le forme del comico è il talk show politico. L’affermazione può lasciare esterrefatti. Non lo ha deciso nessuno, non è un nuovo genere e potrebbe benissimo essere altrimenti. Ma è un dato di fatto e bisogna farci i conti. Crozza è stato il primo e, anziché considerarlo una felice eccezione, ci racconta Francesco Caldarola, lo si è preso a modello.
Quello tra comicità e politica, però, non è un connubio così strano. Fa parte della storia italiana dell’ultimo ventennio, televisiva e non. Nel suo pezzo, Carlo Freccero ci regala una vera e propria confessione sugli anni in cui da direttore di rete incentrò il palinsesto di Raidue (anche) sulla comicità. Quella che era cominciata come una scelta editoriale si trasformò presto in una critica aspra al sistema politico italiano, nel frattempo cambiato per sempre con la presenza stabile di Berlusconi: “Fatti fuori i politici di professione, le ideologie, i partiti e i programmi, la politica si condensa intorno alla figura di un leader carismatico, provvisto di doti da intrattenitore… L’opposizione, che non sa cavalcare subito questa linea comunicativa, oggi impersonata da Renzi, sparisce di fatto dalla scena politica. C’è posto per un solo attore, il leader, che conquista il centro della scena e domina l’agenda dei media”. In questa situazione, il comico, soprattutto attraverso la satira e lo sberleffo e grazie alla sua capacità di sintesi, finisce per colmare un vuoto di natura politica, caricandosi di nuove valenze. A più di un decennio di distanza un comico di professione, Beppe Grillo, è il leader del secondo movimento politico italiano.
Del resto in Italia, e forse solo qui, con satira si intende unicamente la satira politica, e altre forme, come quella sociale, continuano a essere estranee. Ma anche su questo punto i talk ci hanno sorpreso, offrendoci recenti e ardite sperimentazioni che strizzano l’occhio a modelli di comicità d’oltreoceano, come la stand up comedy, e al web: da una parte, si segnala la breve e sfortunata apparizione di Giorgio Montanini a Ballarò, i cui monologhi accolti con freddezza abissale dal pubblico hanno provato che la strada per lo stand up è ancora molto lunga; dall’altra, possiamo citare i lavori di Terzo segreto di satira (In Onda, Sky, Piazzapulita), di The Jackal (Announo), o un prodotto ad hoc come Il candidato (Ballarò). Chiamarli modelli è però improprio: lo stand up è un genere codificato, con una tradizione importante; mentre il web è un luogo di sperimentazione e un contenitore di moltissime forme di comicità la cui dimensione globale ha contribuito a definire uno stile e un registro comico diffusi. Ed è questo che ci interessa, la trasformazione forzata dell’utente in “ironista”: una macchina inesausta di comicità.

Grazie a YouTube e al lavoro di gruppi di appassionati come ComedyBay, i nomi di Richard Pryor, George Carlin, Bill Hicks, Jerry Seinfeld e Louis C.K., tra gli altri, hanno cominciato a circolare e a contaminare il pubblico e i comici italiani. Pietro Minto racconta il tentativo di importazione in corso, paragonandolo a quello avvenuto negli anni Novanta con il rap. I primi innesti sono stati tentati anche sulla TV generalista con Saverio Raimondo (volto di Comedy Central, ma anche del Dopofestival online) e Giorgio Montanini, il cui Nemico pubblico (Raitre) è stato forse il programma più riuscito del genere. Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo modo di far ridere gli italiani? Riusciremo a farlo nostro senza bisogno di scimmiottare i maestri americani?
L’intera faccenda della comicità è del resto una questione locale, come racconta Alessandro Grieco, direttore di Comedy Central, che insieme a noi ha raccolto le idee per questo numero. Nel mondo si ride tutti più o meno delle stesse cose – i contrasti e le differenze, per esempio-, ma ogni Paese ha le sue declinazioni locali. In Italia è nord vs. sud o casta vs. popolo, ossia l’impossibilità di fare il salto dalla economy alla business class nella versione di Michele Masneri. Il successo dei nostri comici, anche dei più bravi, non supera i confini nazionali, e noi non sappiamo nulla dei comici francesi o spagnoli.
La distanza culturale crea aspettative frustrate, incomprensioni, rifiuto. A differenza di un tempo, però, l’apertura verso l’esterno è maggiore e come in altri ambiti – il mondo seriale, per esempio -, si stanno creando pubblici distinti che ridono per cose diverse. Lo stand up sarà certamente una di queste, se per una nicchia di spettatori o per un gruppo più ampio è difficile dirlo.

Parlare di monologo e di cabaret significa nominare una parte importante della storia della comicità italiana. Ma pur sempre una parte. A dirla tutta, la componente più originale e influente della nostra comicità recente corrisponde più al dialogo che al monologo, e fa riferimento alle coppie e ai gruppi comici. La Gialappa’s Band, per esempio, nasce proprio come reazione a Drive in e al monologo da cabaret. Carlo Taranto (il “signor Carlo”) ci ha confessato un fastidio profondo nei confronti del monologo, fastidio che ha guidato tutta l’esperienza professionale della Gialappa’s. Negli anni Novanta era così: o facevi l’uno o facevi l’altro. Per i dialogici il monologo è noioso, piatto, prevedibile. Le tre voci radiofoniche unite al singolo comico sono invece dinamiche, contrastanti e imprevedibili. Dopo la fine di Drive in, alcuni autori di quell’esperienza, e tra questi proprio la Gialappa’s, fecero Emilio, il programma comico di Zuzzurro e Gaspare che segnò la nascita della comicità dialogica degli anni Novanta. Non più una sequenza a raffica di monologhi, ma comici che lavorano insieme, dove spesso uno fa da spalla all’altro. A ben vedere anche Zelig, il cabaret televisivo per eccellenza, negli anni di maggiore successo, aveva in Bisio non solo il conduttore ma il play infaticabile di situazioni comiche, la spalla di tutti i performer che si alternavano sul palco. Così come gli spettacoli di Crozza traggono giovamento dalla presenza in scena di Andrea Zalone, uno dei più apprezzati autori comici italiani. Oggi che la generazione Gialappa’s, e la Gialappa’s stessa, hanno smesso di essere i propulsori della comicità televisiva nazionale, sembra sia rimasto, di nuovo, solo il monologo. Ancora una volta. Da una parte Zelig e gli spettacoli di cabaret suoi epigoni, dall’altro i primi irriverenti passi dello stand up.

A guardare fuori dai confini strettamente televisivi, però, questa dialettica polarizzata tra monologo e dialogo continua. Sul web nascono gruppi comici che fanno del collettivo la loro forza. Non sempre ci riescono, spesso hanno l’aspetto di cantieri a cielo aperto, ancora in cerca di un’identità, ma è indubbio che è da lì che arrivano le novità: Terzo segreto di satira, The Jackal, The Pills, per non citare Maccio Capatonda e il suo codazzo subumano che pure è stato lanciato dalla Gialappa’s. E si moltiplicano, sulla scorta di un modello di comicità coniato sulla parodia che è lo standard medio della comicità sul web, come racconta Violetta Bellocchio nella sua ricognizione internazionale tra YouTube e Vine.

Nel frattempo è successo qualcosa che ha cambiato il contesto della comicità, non solo in Italia ma nel mondo. Mentre una generazione di comici abbandonava la TV, il comico ha cominciato a essere, come tante altre cose, una realtà diffusa, un sottofondo costante. Il registro che domina le nostre vite online è ormai quello. “Ho organizzato la mia vita online in un palinsesto di battute battute battute… Se ci fosse un cartello attaccato alla porta del mio stare in rete, reciterebbe qualcosa del tipo: ‘resta con me, non cambiare timeline’”, dice Nico Morabito a proposito del selfcasting. Non c’è nulla di cui non possiamo ridere immersi nella “cornice scherzosa” che si è mangiata l’Internet. Siamo tutte persone terribilmente divertenti là fuori.
Questa estrema libertà o prigione del registro dominante è stato l’evento di rottura più importante degli ultimi anni. Non c’è nulla che vi resista. Non solo nelle nostre vite ma anche nello showbiz. Specie in quello più evoluto. I late night americani, dopo anni di tranquillo equilibrio, hanno subito negli ultimi tempi trasformazioni rivoluzionarie, ci racconta Luca Barra. David Letterman non va in pensione per colpa di Internet, ma certo i cambiamenti più interessanti introdotti nella formula, quelli di Jimmy Fallon al Tonight Show e John Oliver in Last Week Tonight, sono una risposta precisa a modi e forme della comicità online. La risata che doveva seppellire tutto in realtà è una bolla, e noi ci siamo dentro.

[Per gentile concessione di Link. Idee per la televisione]

 

Author: Fabio Guarnaccia

Share This Post On