STAND-UP: QUANDO LA PAROLACCIA DIVENTA LETTERATURA

Da qualche tempo a questa parte anche in Italia si è iniziato a parlare di stand-up comedy. Da Comedy Subs fino a Comedy Bay, passando da Comedy Central, RAI e Sagoma Editore, è un “movimento” sempre più “in”. Sarà solo un fuoco di paglia? Ce ne parla lo stand-up comedian Saverio Raimondo.

STAND UP COMEDY

Saverio Raimondo sul set di CCN, Comedy Central Italia.

Tutto è iniziato qualche anno fa, con l’arrivo di Comedy Subs (un sito internet che sottotitolava in italiano spettacoli americani di stand up comedy, appunto; oggi rimpiazzato da Comedy Bay) e, quasi in parallelo, con le serate a Roma del collettivo Satiriasi, primo tentativo consapevole e dichiarato di importare anche in Italia questo genere di monologo comico-satirico “all’americana”. Poi, complici tutta una serie di fattori fra i quali la crisi del cabaret e il proliferare degli stand-up comedian su Internet (anche Netflix oggi propone una discreta library di spettacoli “asta e microfono”), piano piano la stand-up comedy -e chi la fa- si è ritagliata spazi anche in Italia, si è diffusa, ha persino trovato qualche sbocco televisivo -specialmente su Comedy Central (canale 124 di Sky), con ben due programmi Made in Italy dedicati al genere, oltre agli spettacoli americani sottotitolati.

La stand-up comedy, con il suo nome anglosassone che fa esotico e “figo”, sembra da qualche anno a questa parte essere l’unico “segno di vita su Marte” nel panorama disastrato della comicità italiana dal vivo; a tal punto che, accanto ad una giovane scena autentica ed ispirata, si assiste anche al fenomeno della bolla speculativa: con uso del termine a sproposito, cabarettisti di vecchio corso che adesso si fanno chiamare comedian, monologhi di cabaret ma con scritto fuori stand-up comedy, e serate del dilettante o laboratorio che sempre più spesso adottano la dicitura open mic -gloriosa tradizione anglosassone di dedicare una serata agli aspiranti.

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“Stand-up comedy, il nuovo genere letterario americano” di Eddie Tafoya, traduzione di Filippo Losito, prefazione di Carlo Freccero (Sagoma Editore, 2016)

Giunge dunque provvidenziale anche in Italia Stand-Up Comedy – Il nuovo genere letterario americano, scritto da Eddie Tafoya e tradotto da Filippo Losito (Scuola Holden) ed edito qui da noi da quei benefattori di Sagoma Editore, che all’importazione della cultura comica anglosassone e della stand-up comedy in particolare hanno già dedicato volumi preziosi -come il superlativo Satiristas! tutti contraddistinti dall’ottima fattura: sono bei libri, anche in quanto oggetti. Arredare per credere.

Il libro di Tafoya – un libro denso, accademico, “noioso” per certi aspetti – arriva a sgomberare il campo da equivoci e malintesi, e a rispondere alla domanda Di Cosa Parliamo Quando Parliamo di Stand-Up Comedy fissando un canone letterario. Secondo Tafoya infatti la stand-up comedy è letteratura, al punto da trovarne le radici nel padre della letteratura e del romanzo americano Mark Twain (indiscutibile antenato della stand up comedy, specie nella sua attività di polemista e conferenziere); e arriva a paragonare Live On The Sunset Strip, memorabile special dell’inarrivabile Richard Pryor, alla Divina Commedia di Dante: sì, lo so, dopo Benigni anche basta, e soprattutto ero scettico come voi; ma nell’ultimo capitolo del libro Tafoya fa un’analisi comparata delle due opere, e ammetto che i conti tornano.

La stand-up comedy è letteratura perché – testuali parole – “codifica esperienza, produce una catarsi emozionale, ci intrattiene, defamiliarizza l’ordinario, rivela la cultura, richiede molteplici livelli d’interpretazione, è un gioco del linguaggio e genera meraviglia”: provate a dire le stesse cose di un qualunque monologo di cabaret visto in TV (o live, visto l’appiattimento del palco sul gusto televisivo) negli ultimi 25 anni in Italia, e vi scapperà da ridere – finalmente.

Il libro soprattutto approfondisce due aspetti: da una parte la storia della stand-up comedy, fortemente intrecciata con quella del vaudeville, del burlesque, con lo sviluppo e lo sfruttamento del mezzo radiofonico, ma prima ancora con la predicazione religiosa, con l’alfabetizzazione e l’istruzione, con il public speaking; e dall’altra la forte componente di “americanità” presente nel DNA della stand-up comedy, in quanto figlia del pluralismo, dell’individualismo e della libertà di parola sancita dal I Emendamento: caratteristiche che fanno della stand up comedy una delle espressioni più autentiche, efficaci e profonde della cultura americana.

Questi due aspetti per il lettore italiano sono molto importanti: perché sanciscono quando sia americana la stand-up comedy ed estranea alla nostra tradizione comica (con buona pace di chi tenta di vedere nel primo Paolo Rossi, o Benigni o Grillo, o prima ancora nei monologhi di Walter Chiari, negli antesignani di una “italian way”): la stand-up comedy è figlia di un impiego culturale dell’umorismo come strumento di comunicazione ed espressione, di un uso e uno sviluppo dell’intrattenimento e della comicità assai diverso da quello avvenuto nel nostro paese, ed è promotrice di valori altri rispetto a quelli della società italiana. Ecco spiegato perché da noi non c’è mai stata una comicità di parola così libera, forte, espressiva e “colta”, e soprattutto così personale, volta a ricavare comicità dall’individuo e non dalle maschere.

Certo, il libro qualche mancanza ce l’ha: non dà la giusta importanza a Woody Allen, che assieme a Morth Sahl e Lenny Bruce è stato uno dei “padri fondatori” del genere nonché quello che meglio di altri nella storia è riuscito nell’operazione più importante per uno stand-up comedian, e cioè quella di ricavare un personaggio comico da sé stesso così calzante da esserne identificato perfettamente; e trascura l’influenza che la musica, specie il jazz, ha avuto nella maturazione del genere. Però è un testo documentato, sensato, e che arriva in Italia nel momento giusto: a dimostrare che “tutte quelle parolacce” possono essere letteratura; a raccontare che la stand up comedy più che un genere vero e proprio è un universo-mondo; e a sbatterci in faccia che gli Stati Uniti dal punto di vista comico sono un’autorità e una potenza ben più che militare.

Spero che il libro possa dare un contributo costruttivo alla diffusione della stand-up comedy in Italia: ci mancano una cultura umoristica e un immaginario comico condiviso, e soprattutto ci mancano i luoghi; ma la scena si anima, e se saprà resistere alle speculazioni (le stesse che hanno ammazzato nella culla il nascente burlesque italiano qualche anno fa) si potrebbe sperare in una stand-up comedy italiana che abbia una sua scena di nicchia ma sempre più di tendenza, un po’ come il rap. Abbiamo -bene o male- fatti nostro il rock (e il blues e il jazz), i jeans, le bibite gassate, gli hamburger… Non vedo perché non anche la stand up comedy.

[Pubblicato sul numero di Linus del luglio 2016]

 

 

Saverio Raimondo

Author: Saverio Raimondo

Saverio Raimondo è uno stand-up comedian romano. Il critico Walter Siti ha definito la satira di Raimondo post-impegnata, a sottolinearne l'assenza di una matrice ideologica e di un messaggio politicamente schierato. Si può definire un comedian multi-mediale, o stalker, dal momento che lo si trova in TV, alla Radio, sul Web e perfino sui quotidiani.

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