STENO CONTRO I CENTO

In questi giorni cade l’anniversario dei 100 anni dalla nascita di Steno, grande regista del cinema italiano.

In mezzo secolo ha diretto praticamente tutti i comici e alcuni di loro gli devono il debutto nel mondo della celluloide.
Per inciso Steno non realizzò vere commedie all’italiana, con quelle sottotrame drammatiche che la caratterizzavano, ma semplicemente film comici. Era dotato di un intelletto comico così acuto che sapeva come realizzarli bene e pagò questo suo mestiere con il disprezzo della critica: dal canto suo, Steno godeva del successo di pubblico e del rispetto dei suoi colleghi che lo ricordano gentile, di una grande cultura e un fiuto eccezionale per i nuovi talenti comici, capace anche di arrabbiature leggendarie sul set che, forse, facevano parte del suo personaggio. Compie quindi 100 anni non solo un regista di grandi comici, ma una delle personalità più grandi che la nostra cultura tende un po’ a dimenticare. Meriterebbe invece un capitolo a sé, tanto è stato il suo contributo alla comicità italiana, contributo che iniziò giovanissimo, nella metà degli anni Trenta.

steno

Nato il 19 gennaio 1915 (alcune fonti indicano il 1917) a Roma da padre giornalista del “Corriere della Sera” e poi emigrato in Argentina dove fondò un giornale per italiani, il giovane Steno, vero Stefano Vanzina, cresce con la passione per il cinema e le comiche di Charlot e Ridolini e una abilità per i disegni, frequenta l’Accademia di Belle Arti specializzandosi scenografo e il Centro Sperimentale di Cinematografia, appena fondato da Luigi Chiarini, ma per “campare” disegna vignette umoristiche per la “Tribuna Illustrata”: casualmente arriva alla redazione del “Marc’Aurelio”, una delle prime e importanti riviste umoristiche d’Italia che, ricordiamolo, con un certo sprezzo del rischio durante il Fascismo s’inventò una satira particolare contro il Regime. Scherzando, le vignette parlavano di cose che nella realtà nessuno diceva ad alta voce. Steno avrà come colleghi dei giovanotti che faranno strada nel cinema, come i due autori Metz e Marchesi, Federico Fellini, Cesare Zavattini, Age e Scarpelli, Ettore Scola, Bernardino Zapponi, fino a Castellano e Pipolo. Sulle pagine del “Marc’Aurelio” si fanno le ossa i futuri creatori della commedia all’italiana e della comicità popolare. Steno fa pratica di sceneggiatura e impara, dall’arte delle vignette, a creare situazioni comiche veloci. I suoi inizi a Cinecittà furono infatti come sceneggiatore per un altro grande regista di commedie, Mario Mattoli: assieme realizzano il gran ritorno al cinema comico di uno dei più importanti attori di Rivista, il torinese Erminio Macario, nel film “Imputato alzatevi” (1939), uno dei primi film comici surreali – e divertenti – mai realizzati in Italia. Il successo ottenuto porteranno altri due film di Macario, poi Steno passerà tutto il decennio fino alla fine degli anni Quaranta a collaborare con altri grandi umoristi per la realizzazione di copioni per Macario, Totò, Carlo Campanini, firma ad esempio grandi successi del principe De Curtis come “Fifa e arena”, “Totò al giro d’Italia”, “I pompieri di Viggiù”, quest’ultimo grande parata dell’Avanspettacolo, finché inizia la sua collaborazione con un altro collega aspirante regista: Mario Monicelli. A quattro mani firmeranno otto film: se pensate che girarono fra l’altro “Totò cerca casa” (1949), “Vita da cani” (1950), “Guardie e ladri”, (1951) e “Totò e i re di Roma” (1951) non possiamo negare che fu una collaborazione proficua e importante. Steno e Monicelli reinventarono la maschera di Totò, immergendolo con tinte neorealiste e situazioni malinconiche: lasciandolo a briglia sciolta, il grande Principe avrà modo di esprimersi con i suoi lazzi satirici che non a caso ebbero grossi problemi di censura. “Guardie e Ladri”, ad esempio, mostrava un poliziotto familiarizzare con un ladruncolo che tiene famiglia, situazione impensabile per i funzionari della censura.

steno3La coppia si sciolse per esigenze di carriera personali e Steno avviò la sua lunghissima fortunata carriera. Più che di genere, Steno fu regista di attori, prendeva un nome e lo infilava in situazioni paradossali per poi passare ad un altro attore e così via. Fu quindi inizialmente regista di Totò, suo ad esempio il capolavoro “Totò a colori” (1952), lanciò praticamente Alberto Sordi come stella comica – dopo la riscoperta felliniana – nel leggendario personaggio di Nando Mericoni, ragazzotto malato d’America, in “Un giorno in pretura” (1953) e “Un americano a Roma” (1954), intuì le abilità comico-visive di un giovane Nino Manfredi in “Guardia, ladro e cameriera” (1958), firmò le strampalate storie di Tina Pica protagonista, come “Mia nonna poliziotto” (1958), i bellissimi duetti Totò-Fabrizi de “I tartassati” (1959), o di Totò-Peppino De Filippo ne “Il letto a tre piazze” (1960), le “comicate” della coppia Ugo Tognazzi-Raimondo Vianello, come “A noi piace freddo” (1960) e “Psycosissimo” (1961), molti film vacanzieri o comunque al servizio di comici come Vianello, Walter Chiari, Renato Rascel, persino Johnny Dorelli con il folle “Arriva Dorrellik” (1967), parodia di Diabolik, per poi ritrovare, negli anni Settanta, una nuova giovinezza scoprendo nuovi volti e sperimentando generi: firmando col suo vero nome, gira “La polizia ringrazia” (1971), primo ed unico poliziesco della sua carriera, per poi inventarsi il personaggio di “Piedone” per Bud Spencer e la sua fortunata serie iniziata nel 1973 con “Piedone lo sbirro”; abbraccia la nuova comicità di Renato Pozzetto infilandolo nei divertenti “Il padrone e l’operaio” (1975), che segnò il debutto di Teo Teocoli, “La patata bollente” (1979), con Edwige Fenech e Massimo Ranieri, ad oggi un classico, “Fico d’india” (1980), che oltre a Pozzetto c’era un nuovo attore praticamente lanciato da questo film, Diego Abatantuono, e “Mani di fata” (1983), con Eleonora Giorgi, tutti grandi successi al botteghino; regala a Mariangela Melato un gran ruolo comico ne “La poliziotta” (1974), e consegna all’immortalità Enrico Montesano e Gigi Proietti nell’ultra cult “Febbre da cavallo” (1976), uno degli ultimi gioielli di una certa comicità italiana e “romana” alla vecchia maniera, cialtrona e bonaria e assolutamente divertente. Negli anni ’80, una certa stanchezza e le poche novità non permettono a Steno grandi risate ma almeno ha la soddisfazione – anche economica – di lanciare definitivamente il personaggio di Diego Abatantuono, il “Terrunciello” all’epoca il comico del giorno, con film come “Il tango della gelosia” (1981), e “Sballato, gasato, completamente fuso” (1982). Nella sua filmografia sterminata che conta 73 regie, Steno ha firmato classici della comicità pura e della comicità maliziosa, fu un regista strettamente commerciale ma con l’abilità di un vero autore. Sapeva esattamente cosa faceva ridere la gente. Ma non ha mai voluto capire cosa rimbombasse nella testa dei critici quando vedevano un suo film. Ecco, per chi si occupa di comicità e di commedia, Steno è una garanzia di qualità e di risate, magari non tutte eleganti ma che noi ricordiamo con vera nostalgia.

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