ADDIO A TOFFOLO, FOLLETTO DEL CABARET

 

Lo scorso 17 maggio è morto un vero maestro: ci ha lasciato a 82 anni l’attore Lino Toffolo.

«Ci sono tre fasi della vita di un uomo: giovane, adulta e “te vedo ben”»

a0001“Avrebbe voluto nascere a Betlemme, ma l’idea era già stata ampiamente sfruttata, cosicché ebbe i natali in una amena isola della laguna di Venezia – Murano – che in tal modo ebbe un motivo in più per essere famosa nel mondo.   Correva l’anno 1934, e già si addensavano sull’Europa le nubi di un nuovo disastroso conflitto: evidente lo sbaglio imperdonabile anche nella scelta del momento”.
(dal suo sito ufficiale)

Legatissimo alle sue origini veneziane, Toffolo ha avuto il merito di sdoganare il veneto come personaggio di cabaret. Come lui stesso diceva: “Prima di me c’erano due tipi solo di veneti: i ‘carabinieri-mona’ o le ‘servette’. Li ho nobilitati col terzo ruolo, ‘alcolizzati’”. Era un modo geniale per dare al personaggio il modo “di cambiare ragionamento senza spiegarne i motivi”. Un personaggio del genere non poteva che avere i suoi inizi nel Derby Club Cabaret di Milano, assieme ad altri “folletti” stralunati come Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Cochi e Renato, accompagnati anche da Giorgio Gaber e Felice Andreasi, poi Massimo Boldi e via elencando. Una palestra di talenti dove il cabaret, un genere tutto da inventare in Italia, prese il via nella totale libertà e anche con una certa anarchia, attirando ammiratori da tutta Italia e aprendo, a questi giovani comedians, le porte dello spettacolo: tv, cinema, teatro. Toffolo, però, non sarà mai un divo nazionale, per quanto la sua dipartita ha destato una certa commozione fra la gente comune. Un motivo può essere spiegato col fatto che ha sempre interpretato personaggi molto popolari, figure umane che davano voce alla disperazione dei poveri e dei disgraziati. Non era Jannacci, non era quel tipo di matto, era la voce dell’ubriaco che straparla ma che sembra ovviamente essere più loquace di uno sobrio. “In vino veritas”, direbbero gli alpini.

Sempre ironico e gentile, mai urlato e di una simpatia pacioccona disarmante, Toffolo iniziò come attore alla fine degli anni Cinquanta con la Compagnia dei Delfini di Venezia. Con le sue prime collaborazioni con la sede regionale (ovviamente veneta) della RAI, Toffolo comincia ad acquisire una certa notorietà; nel 1963 la Fonit pubblica i primi tre 45 giri (titoli che sono un programma): ‘Na brombola impissada/No la vogio no, e seguito dopo poco tempo da L’imbriago/Vin nero e da Gastu Mai Pensà / Din Don. Sempre nel ’63 inizia la sua collaborazione con il Derby Club poco prima che passasse dallo stato “locale di jazz” a “locale di cabaret” con l’acquisto di Enzo Jannacci, e assieme ad Andreasi e Cochi e Renato rendono la parola “pandemonio” un modo particolare di concepire l’happening, il casino totale, uno spettacolo che manda matti il pubblico milanese: il “Dottore”, così era noto Jannacci, prende questo gruppo e scrive uno spettacolo intitolato “Saltimbanchi si muore”, debutto a Roma nell’autunno del 1969. Stracciano ogni logica e improvvisano continuamente: per Enzo, il veneto Toffolo era il migliore della compagnia.

Lui e Jannacci ottengono la prima “chiamata” del cinema. Enzo gira “Le coppie” con Monicelli e Monica Vitti (1970), mentre Toffolo si scatena nella prima metà degli anni Settanta: si affida a Monicelli (Brancaleone alle crociate, 1970), Festa Campanile (Quando le donne avevano la coda, 1970; Il merlo maschio, 1971; Quando le donne persero la coda, 1972; L’emigrante, 1973), De Bosio (La Betìa ovvero in amore, per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza, 1971), Samperi (Un’anguilla da trecento milioni, 1971; Beati i ricchi, 1972; Peccato veniale, 1974; Sturmtruppen, 1976), Celentano (Yuppi du, 1975), Mogherini (Culastrisce nobile veneziano, 1976) e Risi (Telefoni bianchi, 1976).
Di tutti i film girati, Sturmtruppen è quello che ha il cast più pazzesco: Toffolo è il soldato sognatore e ingenuo, spalla di Renato mentre Cochi è il pazzo generale, Boldi il soldato infantile, Teocoli il capitano gay, Umberto Smaila il cuoco spia russa. Il film uscì nel natale del 1976 facendo sfracelli al botteghino. Tuttavia nel giro di qualche anno Toffolo lasciò il cinema, semplicemente perché gli proponevano “le stesse troiate, sempre rifiutate”, che è un modo pittoresco per dire che era insoddisfatto dei soggetti proposti.
Poi se un giorno volete divertirvi nei “tesori nascosti” del cinema italiano, cercate I quattro del Pater Noster, diretto nel 1969 da Ruggero Deodato: Lino Toffolo, Paolo Villaggio, Enrico Montesano e Oreste Lionello interpretavano una squinternatissima storia comica-western. Stra-cult immortale.

Cabarettista, attore e cantante, Lino deve molto alla sua popolarità anche grazie al piccolo schermo: molti in questi giorni hanno ricordato le sigle da lui cantate, come Johnny Bassotto, canzone per bambini scritta da Bruno Lauzi e Pippo Caruso, la sigla del programma domenicale abbinato alla Lotteria Italia (Anteprima di CHI?); è poi a fianco di Alighiero Noschese in Canzonissima 1971, poi nel cast di Risatissima su Canale 5 e nel 1986 di Un fantastico tragico venerdì, condotto da Paolo Villaggio e da molti altri, e trasmesso su Rete 4. Recentemente, era stato spalla di Lino Banfi con le fiction Scusate il disturbo (2009) e Tutti i padri di Maria (2010), mentre nel 2013 partecipa alla fiction con Gigi Proietti L’ultimo papa re, nel ruolo del “perpetuo” Serafino.

Nella sua ultima parte della carriera ha poi sorpreso tutti esordendo nella regia nel 2006  con il film Nuvole di vetro, da lui scritto, diretto ed interpretato, i cui dialoghi sono interamente in lingua veneta. Ottenuti consensi di buona parte della critica, il film raccontava la storia di Lino, detto Nuvola, maestro vetraio di Murano, sognatore di una notte di follie con una donna conosciuta durante una festa e il cui volto l’era apparso su un vaso.

Poetico e ironico, come era lui nella vita di tutti i giorni. Per questo Toffolo, mancato divo, sapeva che la gente gli voleva bene.

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